" potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera" Pablo Neruda



29 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidarietà per Valerio un compagno che ci mette la faccia

Il 15 ottobre scorso un giovane leccese di 21 anni, Valerio Pascali, è stato arrestato a Roma durante la manifestazione dei cosiddetti indignati.
Parlare di un amico al momento detenuto in cella non è facile. Non possiamo però fare a meno di precisare alcuni aspetti della vicenda trattati con troppa sufficienza dai media in questi giorni. Nel complesso, ciò che è venuto fuori di Valerio è un ritratto di un individuo pericoloso e antisociale. Si parla di “precedenti” penali che non esistono e non si parla del suo trascorso di profonda umanità.
Sin da adolescente Valerio si é fatto conoscere per il suo impegno e il suo coraggio, per la sua correttezza estrema, per il suo metterci la faccia. Altro che "incappucciato". Non vi è persona che lo conosca che non rimanga impressionata dalla sua determinazione, a volte cocciuta, ma sempre cosciente.
Valerio è un attivista vero. Prima di Roma ha partecipato con passione a molte mobilitazioni cittadine e nazionali. E non per andare a sfasciare vetrine o bruciare auto. Lui, come molti della sua generazione, sente il dovere di dare il suo contributo, in prima linea, non per distruggere ma per costruire alternative credibili all’attuale scenario politico, economico e sociale. E lo fa con una consapevolezza e una determinazione non usuali per un ragazzo della sua età.
I media tutto questo non lo hanno scritto. Eppure hanno attinto a piene mani dai suoi cosiddetti "precedenti". E’ bene chiarirlo, dall’accusa di aver acceso un fumogeno durante la manifestazione del 17 ottobre 2007, Valerio venne assolto con formula piena. Ciò significa che non ha precedenti penali, la fedina parla chiaro.
Si è detto che Valerio è un pericoloso ultrà. Non è così. E’ vero, il calcio lo conosce bene e lo stadio lo frequenta. Al di là del tifo per il Lecce ama lo sport, perché considera lo sport un momento di socialità importante. Ha partecipato all'organizzazione di tutte le edizioni dei tornei antirazzisti "Fair Game" (nel quartiere Santa Rosa) e “Calcio senza Confini” (all’ex Opis).
Ovviamente di tutto questo non si parla.
Siamo consapevoli che dopo i fatti di Roma occorra dare in pasto all’opinione pubblica il nome e il volto di colpevoli, di qualcuno da poter indicare come un "violento" o un "teppista". Ma Valerio non è né l’una né l’altra cosa.
Valerio è un ragazzo che ama. Ama la sua famiglia, ama la sua ragazza. Ama i suoi amici, tra cui si è sempre distinto per lealtà e gentilezza, ma è anche un ragazzo che odia. Odia l'indifferenza di chi non sceglie da che parte stare, odia il fascismo, odia la prospettiva di non avere un futuro nel suo Paese. Odia le ingiustizie. Per questo si impegna e lotta concretamente. Quest’estate Valerio è stato volontario in un campo per i diritti umani dei migranti, organizzato da Amnesty International a Lampedusa. Ma l’estate è finita.
Oggi Valerio é detenuto in una cella di 4 metri quadrati a Regina Coeli, insieme ad altri due giovani immigrati. Per via del sovraffollamento ha dormito due notti per terra. Ieri gli hanno chiesto se voleva cambiare cella. Ha risposto di no.
Tutto questo per ribadire che Valerio non è il violento che i media, con colpevole superficialità, hanno descritto in questi giorni.
Ci piace chiudere questa lettera con una citazione di Charles Bukowski che pensiamo essere perfettamente calzante. “L’anima libera è rara ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando gli sei vicino”. E’ questo quello che trasmette Valerio.


Caos Lecce - Circolo Zei – Udu - Uds Lecce - Bfake agenzia culturale - Arci Lecce - Alternativa comunista - Alternativa ribelle (Gc-Fgci) - reAzione Castrì - Collettivo di solidarietà internazionalista “Dino Frisullo” - Gli amici e le amiche di Valerio

15 Ottobre: Presidio di solidarietà per Chucky

Siamo costretti a ribadire la nostra impossibilità a prendere le difese di Leonardo Vecchiolla e, di conseguenza, non possiamo ritenerci certi dell'innocenza del ragazzo così come, al contrario, è del tutto evidente che gli Inquirenti siano totalmente incerti della sua colpevolezza.
Sin da martedì scorso l'avvocato del Vecchiolla, Sergio Acone ha fatto richiesta per accedere alle intercettazioni reali, l'autorizzazione è stata concessa solo per domani, sabato 29 ottobre 2011, addirittura ad una settimana dall'arresto.
È molto strano che alcune testate giornalistiche fossero in possesso delle medesime intercettazione molti giorni prima che venissero concesse al legale del ragazzo.
Nella giornata di ieri, abbiamo incontrato il padre di Leonardo che ci ha riferito che da martedì scorso (giorno seguente alla convalida dell'arresto) il figlio ha iniziato anche lo sciopero della sete.
Siamo tutti preoccupati per la salute di Leonardo tanto è che l'avvocato Acone ha inviato un fax al Gip Paolo Di Geronimo recante l'istanza per una visita medica o per la nomina di un Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU medico) per valutare lo stato psicofisico del ragazzo e la compatibilità con il regime carcerario.

Per tutte queste motivazioni saremo in presidio, invitando alla mobilitazione tutta la cittadinanza, sotto il palazzo della Prefettura di Chieti, lunedì 31 ottobre 2011 a partire dalle ore 10:00.



Riccardo Di Gregorio (consigliere comunale PRC-FdS)
Studenti Universitari solidali con Chucky

28 ottobre 2011

15 ottobre: Chucky si difende "non c’è alcuna prova della partecipazione al fatto"

Non è tutto black quel che è bloc. Vacillano le accuse contro Leonardo Vecchiolla, lo studente di psicologia dell’università Gabriele D’Annunzio di Chieti, arrestato il 22 ottobre scorso e subito presentato ai media come uno degli «incappucciati» autori delle devastazioni avvenute durante la manifestazione del 15 ottobre scorso. Ad «incastrare» il 23enne, originario di Benevento ma residente ad Ariano Irpino, sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche nelle quali il giovane, secondo l’accusa, si sarebbe vantato di aver preso parte all’incendio di un blindato dei carabinieri rimasto intrappolato tra i manifestanti dopo una carica giunta fin nel cuore di piazza san Giovanni. Luogo dove stazionavano ancora decine di migliaia di dimostranti dopo che per ore molti di loro avevano resistito alle cariche ed ai caroselli delle forze dell’ordine.
L’utenza chiamata da Vecchiolla apparteneva ad un suo amico d’infanzia messo sotto ascolto nell’ambito di un’altra indagine condotta dai carabinieri di Avellino per ipotesi di reato che nulla hanno a che vedere con i fatti di piazza san Giovanni, e alla quale Vecchiolla è completamente estraneo.
La circostanza è servita ai Ros per confezionare un arresto ultramediatico a ridosso del corteo dei No tav in val di Susa, al quale anche Vecchiolla si accingeva a partecipare. ll giovane infatti è stato arrestato con il biglietto del treno in tasca mentre si recava in stazione. Serviva un colpevole immediato per puntellare il teorema dei violenti infiltrati nei cortei.
A distanza di giorni però non sono emerse le conferme tanto attese e forse per questo la procedura si è arenata: non ci sono foto o immagini che identificano lo studente tra le persone che hanno incendiato il furgone nonostante la scena sia stata immortalata in centinaia di foto e ripresa da più angolazioni. Anche il contenuto delle due intercettazioni resta dubbio ed è singolare che le bobine si trovino ancora presso i carabinieri di Ariano Irpino e non a Roma, sede titolare dell’indagine. All’avvocato Sergio Acona non è ancora pervenuta l’autorizzazione per ascoltarle: «La trascrizione della prima – ha spiegato il legale – non fornisce elementi univoci», in sostanza non consente di stabilire che Vecchiolla abbia partecipato all’incendio del mezzo blindato. Nella seconda, «ci sono molti punti di sospensione o parole indicate come incomprensibili». Frasi estrapolate e spezzettate all’interno di un discorso ancora tutto da verificare. La stessa scontata convalida della custodia cautelare pronunciata dal gip di Chieti non ha aggiunto elementi nuovi. Il magistrato si è limitato a confermare la detenzione per tentato omicidio, devastazione e resistenza a pubblico ufficiale, dichiarando al tempo stesso la propria incompetenza. Ora tocca alla procura di Roma che però va a rilento.
Intanto Leonardo, Chucky per gli amici, è in sciopero della fame e della sete. Nel corso dell’interrogatorio ha descritto il suo abbigliamento nel corteo e chiesto che venissero fatte indagini per accertare la sua esatta posizione: «Identitificatemi in mezzo alla piazza e vedrete che non sono io quello che ha dato fuoco o era vicino all’autoblindo», ha detto. Precisando di essere stato solo spettatore della scena da una certa distanza, insieme ad altre migliaia di persone. Ha spiegato anche che il giovedì precedente aveva partecipato al presidio sotto Banca d’Italia. Poi era rimasto con gli “accampati” in via Nazionale, sulla scalinata del palazzo delle Esposizioni, fino al sabato successivo quando si è aggregato allo spezzone di corteo partito dalla Sapienza.
Quanto ai suoi «precedenti», tanto sbandierati come un’intrinseca prova di colpa, riguardano la partecipazione alla proteste contro lo sversamento dei rifiuti napoletani in una discarica della sua città. In quella circostanza venne identificato insieme ad alcuni sindaci, tra cui quello di Ariano Irpino, ed alcuni avvocati del posto.
In sua difesa è giunto anche un comunicato dell’associazione “Ariano in movimento”, animata dai Giovani comunisti, nonché l’intervento di Riccardo Di Gregorio, capogruppo di Rifondazione alla provincia di Chieti. Intanto il numero degli arrestati per gli scontri del 15 ottobre è salito ancora con l’arresto, ieri mattina, di 5 minorenni per resistenza pluriaggravata e danneggiamento. Per loro, tutti liceali e incensurati (due risiedono a Guidonia, due nel quartiere di San Paolo ed uno ad Ardea) sono è stataa disposta la custodia cautelare ai domiciliari. I 5 erano stati bloccati dagli agenti di polizia in via Merulana, in una zona dove erano stati dati alle fiamme alcuni cassonetti della spazzatura, ma poi rilasciati per la minore età.

Paolo Persichetti da Liberazione

15 ottobre: Arrestato un altro manifestante a Pisa

Un altro manifestante è stato arrestato per l'assalto al blindato dei carabinieri a Roma durante gli scontri del 15 ottobre scorso nella manifestazione degli 'Indignati'. I militari del reparto operativo di Pisa e della compagnia di San Miniato hanno arrestato un giovane di 28 anni, Carlo Seppia. Il ragazzo, è stato accusato in base alle foto pubblicate e la delazione dei quotidiani e sui social network. E' il terzo manifestante a finire in manette per con l’accusa dell’assalto al blindato dei carabinieri. Prima di lui era stato arrestato Fabrizio Filippi, detto "Er Pelliccia", lo studente di 24 anni originario di Bassano Romano, sabato scorso era toccato a Leonardo Vecchiolla “Chucky”, l'ambientalista e studente universitario di Chieti, di 23 anni e originario di Ariano Irpino, Sono stati disposti inoltre i domiciliari per cinque minorenni, sedicenni e diciassettenni liceali di Roma, accusati di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e di danneggiamento, seguito da incendio. I ragazzi, già identificati e denunciati lo stesso giorno degli scontri in piazza San Giovanni, sono tutti incensurati e tra loro ci sono anche alcune ragazze. Per loro le cinque ordinanze di custodia cautelare domiciliare sono state eseguite giovedì 27 ottobre dagli agenti del commissariato Viminale, diretto da Gaetano Todaro e sono state disposte dal Gip Adele Simoncelli.

Livorno: ritrovato morto detenuto di 56 anni, domani sarebbe tornato libero

Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie. Forse si tratta di suicidio, ma un suicidio che appare “anomalo” per diverse ragioni: l’uomo stava per terminare la pena (sarebbe stato scarcerato domani); il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere è “insolito”, perché quasi sempre i detenuti si impiccano nel bagno della cella; il cappio “sembra” sia stato ritrovato a terra e non stretto intorno al collo.
Ma c’è un altro dato inquietante: si tratta del 17esimo decesso avvenuto nel carcere di Livorno dal 2003 ad oggi (9 i suicidi accertati, 3 morti per “cause naturali” e 5 per “cause da accertare”). Alle “Sughere” i detenuti sono circa 450 e 17 morti in 8 anni per un carcere di medie dimensioni, rappresentano un dato eccezionalmente grave.
In altre carceri con un numero di detenuti compreso tra 400 e 500 nello stesso periodo i decessi sono stati molti di meno: Agrigento 3, Alessandria 4, Ancona Montacuto 5, Avellino 4, Busto Arsizio 5, San Gimignano 1, Trapani 1, Vibo Valentia 4, Vigevano 2.
A Livorno si è registrato anche il caso particolarmente controverso di Marcello Lonzi, ritrovato cadavere in cella l’11 luglio 2003 (il corpo coperto di lividi), che è stato oggetto di una lunghissima inchiesta giudiziaria conclusasi recentemente con l’archiviazione: morto per “aritmia maligna”.

La cronaca della morte di Agatino
Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie e sarebbe stato scarcerato domani. Trovato morto per le scale, in una delle sezioni del carcere delle Sughere. Accanto al suo corpo, pezzi di stoffa legati, come a voler formare una corda artigianale. Il suo cadavere è stato trovato dal personale della Casa circondariale ieri intorno alle 18.30. Inutili i tentativi di rianimarlo: quando la polizia penitenziaria s’è accorta del fatto, l’uomo era già morto. Il decesso è stato constatato dal medico del 118, giunto sul posto insieme a un’ambulanza della Misericordia.
Apparentemente non aveva ferite evidenti sul corpo, ma solo le tipiche lesioni post mortem dovute al trauma al collo. Queste le prime indiscrezioni, ma solo l’autopsia potrà far luce sulle cause della morte. Del caso si occupa la polizia penitenziaria, che ha allertato il pm di turno. Non si conoscono i motivi che avrebbero spinto l’uomo a togliersi la vita: pare che fosse stato da poco trasferito a Livorno, proveniente da Porto Azzurro.

fonte. Ristretti Orizzonti

27 ottobre 2011

No Tav: storie di ordinaria intimidazione e repressione

"Capita un giorno, mentre rientri a casa dopo una settimana di lavoro, di imbatterti in 2/3 blindati della polizia di stato che stanno percorrendo la tua stessa strada andando verso Chiomonte. Solito orario, è il cambio turno.
Situazione (non) "normale" dalle nostre parti negli ultimi mesi questo continuo via vai di mezzi blu, neri o grigio verdi che cambiano i turni "incontrandoti" con una precisione tale che neppure se ti dessi appuntamento saresti così preciso nell'incrociarti .
Quello che non dovrebbe capitare in questa (non) "normalità" è che in una sera in cui la stanchezza della settimana lascia spazio ai pensieri verso il week end tanto atteso e guidi sereno verso casa ad un certo punto noti che i 3 mezzi alla tua sinistra in sorpasso appena vedono che sei un NO TAV con i tuoi adesivi orgogliosamente in mostra sulla tua auto che fanno?...rallentano, ti affiancano, ti guardano per un attimo e tirando giù il finestrino ti salutano mostrandoti un bel "dito medio in divisa blu" ...ma come???
ti chiedi stupefatto, indispettito e stralunato...queste cose accadono alle volte tra automobilisti indisciplinati! tra cafoni vorrei aggiungere in quel momento! un funzionario dello stato per lo più in servizio, non diresti mai che potrebbe commettere una bassezza del genere!
Invece succede e rimani incredulo, senza parole, sono frazioni di secondo, ti rendi conto dell'offesa subita proprio da coloro dovrebbero difendere il tuo interesse e tutelare noi cittadini...e ti chiedi: ma con che arroganza fai questo?? e perchè?
quindi un "va a quel paese" mentre prosegui per la tua strada ti sembra il minimo per ringraziare quel "caloroso" saluto.
Punto, e accapo, pensi che la tensione forse è un po' alta da parte di tutti in questo periodo, passato lo stupore di quel gesto non ci pensi più e vai avanti nel tuo cammino quotidiano .
Invece no, "qualcuno" che ha deciso di "investire" tempo e soldi (nostri) decide dopo quasi un mese dall'accaduto quando tu te ne sei completamente dimenticato, di ribaltare le carte del gioco....per fini politici forse?
E così capita che un giorno ti suona il telefono e all'improvviso ti ritrovi catapultato in una realtà completamente diversa, che non conosci affatto, che non sai gestire da solo perchè non ti era mai capitato di ritrovarti all'interno di un ufficio della sezione investigativa della digos di Torino a sentirti dire che quel giorno tu hai oltragiato un pubblico ufficiale facendo lui un gesto offensivo! ti scrutano, ti chiedono, ti parlano mentre tentano di carpire chissà cosa perfino dai tuoi movimenti e ti dicono che quello che ha oltraggiato facendo il dito medio non è la persona in divisa che si sporgeva da quel finestrino, ma sei tu.!!!
Da oggi sono indagato per il reato di "oltragio a pubblico ufficiale" di cui l'art 341 bis del codice penale per un atto che HO RICEVUTO da chi in quel momento andava a rappresentare quello che mi sforzo ancora di voler chiamare lo stato italiano.
Inizia un nuovo percorso della mia vita e della mia lotta che in un certo senso avevo anche pensato di dover mettere in conto ma non per una cosa così sciocca e priva di significato. Già...il significato...forse sciocco per me ma evidentemente non sciocco per chi ha deciso che ogni teatrino da montare può essere utile a cercare di metterci i bastoni tra le ruote.

Non dimentichiamoci mai che dobbiamo RESISTERE PER CONTINUARE AD ESISTERE!"


Lettera firmata - via mail

Decreto “salva manganello”; sui reati della polizia decide il procuratore capo

Il governo prepara una corsia preferenziale per gli operatori di polizia accusati di reati commessi durante la gestione dell’ordine pubblico. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro degli Interni Roberto Maroni riferendo alla Camera sugli scontri del 15 ottobre.
Nel caso di reati, ha spiegato Maroni, le indagini non saranno più di competenza del pubblico ministero di turno, ma dovrà esserci “un intervento diretto del procuratore capo, cui spetterà procedere sottraendo la competenza al primo sostituto procuratore”.
Il titolare del Viminale non ha specificato se l’intervento sarà limitato a un “visto” per le indagini oppure se sarà lui a dover condurre l’inchiesta. Di certo il provvedimento presenta non pochi punti oscuri, come spiega Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera.
“Sembra quasi un atto di sfiducia nei confronti dei sostituti procuratori, e non si capisce a cosa sia dovuto. D’altra parte - prosegue la parlamentare - Maroni sembra essere convinto chissà perché di poter in qualche modo condizionare i procuratori capo”. La nuova norma, che Maroni ha spiegato essere ancora in via di “approfondimento”, dovrebbe essere inserita in un disegno di legge da presentare in uno dei prossimi consigli dei ministri.
“È una norma richiesta dai poliziotti e dai carabinieri - ha spiegato Maroni - che dagli incidenti di Genova in poi hanno manifestato una sorte di timore psicologico a intervenire”. Prevista per i manifestanti anche l’estensione, come giù avviene per le manifestazioni sportive, dell’aggravante delle lesioni gravi e gravissime a pubblico ufficiale, con pene comprese rispettivamente da 4 a 10 anni e da 8 a 16 anni, e “un rafforzamento delle tutele patrimoniali” in caso di risarcimenti.

fonte: il manifesto

Cucchi e le altre morti bianche… “vogliono farci credere che è stato per colpa loro”

“L’idea di fondo è che la vita dei singoli va sacrificata a un interesse collettivo”. Parla l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta le famiglie delle vittime contro lo Stato.
Patrizia piange e nonostante ci provi e ci riprovi, proprio non riesce a parlare, per un dolore testualmente “incommensurabile” che le strozza la gola. Un dolore, aggiunge, “che si accumula e diventa troppo da sopportare, un dolore che non dovrebbe sentirlo nessuno”. Lucia preferisce non dire nulla, con un sorriso amaro dice no, grazie. Poi tocca a Domenica che a malapena pronuncia qualche parola a bassa voce, e poi si interrompe.
Parla Ilaria, parla per tutte le mamme, le sorelle e le figlie - diventate una fila intera, sedute una accanto all’altra, ed è questo che raggela il sangue più di tutto - di chi è morto di morte bianca, senza motivo ma con tanti sospetti, tra caserme, ospedali e posti di blocco, dove pure di norma ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato che lo Stato manda allo sbaraglio per pochi euro e con ancora meno benzina nel serbatoio. Aldrovandi, Uva, Ferrulli, Cucchi, più tutti gli altri casi simbolicamente presenti qui a San Lorenzo, Roma, in un teatro che ascolta in silenzio, nella pancia di un quartiere che vuole bene, a quelle donne piene di dignità e di rabbia, unite da un filo atroce: “Loro sono le mie amiche, le mie sorelle, sentiamo lo stesso dolore e non chiediamo altro che la verità” dice Ilaria Cucchi a nome di tutte.
Ma, appunto, è sempre più difficile raccontare quello che lei, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli vanno ripetendo da mesi, o da anni, per parlare di chi manca all’appello, Stefano, Federico, Giuseppe, Michele. Per mostrare a tutti la collana di parole e di foto, così hanno ridotto mio fratello, questo era mio figlio, che è sempre più difficile da portare.
Nemmeno questo, a dire il vero, nel caso di Niki Aprile Gatti, 26enne che viveva a San Marino ed è stato arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di truffa informatica, un ragazzo risucchiato nella colossale e nebulosa vicenda Telekom Sparkle-Fastweb: cinque giorni dopo viene ritrovato cadavere, ufficialmente per suicidio, nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, a Firenze. Di Niki non è rimasta nemmeno una foto del cadavere, e il suo appartamento fu ripulito da cima a fondo poco dopo la sua morte da ladri piuttosto strani.
Poi tocca a Fabio Anselmo, l’avvocato che suo malgrado è diventato il collante di tutte queste storie, scoppiate dopo quella di Federico Aldrovandi che è stato un po’ come un tappo per una bottiglia troppo vivace. Il legale che ha portato o vuole portare in tribunale pezzi di Stato e pezzi di istituzioni. Invitato, anche lui, per il secondo anniversario della morte di Stefano Cucchi che - ricorda lui, scandendo le frasi e scegliendo le parole nel vocabolario dell’indignazione - per la giustizia italiana è ancora “un albanese senza fissa dimora”, quanto era scritto nell’ordinanza di custodia cautelare - poi convalidata - di quella maledetta sera di ottobre del 2009.
“Le Nazioni unite hanno formulato 92 raccomandazioni al nostro governo che ne ha respinte immediatamente 16, la prima delle quali riguardava l’uso della tortura. I nostri politici l’hanno rimandata indietro con la motivazione “da noi non serve”. L’avvocato entra poi nel cuore del problema che è anche il filo conduttore di tutti i fascicoli di cui si occupa, accomunati tecnicamente anche - spiega lui - dallo stesso modo di redigere le autopsie, gli atti, di descrivere le vittime come in preda ad atti autolesionistici.
Parla a braccio, Anselmo, ma tocca tutti: “Il concetto che accomuna tutti questi processi è il tentativo che stanno facendo di far passare l’idea che chi è morto, in fondo ha avuto quello che si meritava. Questo vale per esempio per Stefano Cucchi che era maleducato e non è stato collaborativo, al processo in corso la gran parte del tempo la passiamo a parlare dei suoi difetti e lo scopo di tutto è metterli in luce insieme a quelli delle famiglie.
Per Federico Aldrovandi che camminava alle cinque del mattino in un parco pubblico, e non doveva esserci, o per Michele Uva che ha avuto un passato da clochard e ha fatto una fine terribile, ma anche per Michele Ferrulli che come gli altri è morto per colpa sua. E questo perché si vuol far passare l’idea di fondo che la vita umana dei singoli vada sacrificata per qualche supremo interesse collettivo dello Stato o della giustizia. Vi parla uno che è considerato un somaro, perché il 70-80% delle mie istanze e delle mie domande viene respinto dalla corte”.
Basta leggere uno dei resoconti di agenzia sulle udienze: “Stefano Cucchi agli infermieri si mostrò poco collaborativo, esile e si alimentava in modo discontinuo”. E ancora, nella testimonianza dell’infermiera Maria Giulia Masciarelli: “Aveva gli occhi lividi, ma non gli chiesi il perché. Non voleva fare terapia endovenosa e rifiutò la visita oculistica. Durante il giro letti, una collega gli domandò con chi potevamo parlare per fargli avere biancheria pulita, ma Cucchi rispose che non gli interessava nulla; disse di no anche quando gli proponemmo l’utilizzo di biancheria del reparto”.
I “no grazie” di un ragazzo che era pieno di lividi e piuttosto malconcio possono suonare in tanti modi, in un’aula di tribunale, e secondo l’avvocato Anselmo il rintocco che hanno non ci porterà lontano. Lo scenario tratteggiato dall’avvocato non induce pensieri sereni: “È utile riflettere su queste problematiche perché riguardano i valori sociali e l’impostazione culturale della nostra giustizia. Tutte queste vittime sono state massacrate due volte, anche durante il processo, un po’ come succedeva negli anni 70 per i procedimenti per violenza carnale in cui le donne erano vittime e poi sotto accusa.
Il fine ultimo ovviamente è scoraggiare la denuncia per questo tipo di reati in nome delle istituzioni, della giustizia e della sicurezza nostra e dei nostri figli. La rabbia di queste persone è anche la nostra rabbia. Ed è terribile questa dicotomia tra la giustizia e il popolo in nome del quale viene amministrata e che invece diventa una frusta sulla schiena di queste donne e di queste famiglie”.
Da qui un appello che riguarda 1a società civile, ma non solo: “Abbiamo bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica perché lo scopo di fondo è fare in modo che la gente si disinteressi perché tutto cada nel dimenticatoio. Il gioco è questo. Per questo vogliono far passare molti anniversari come questo per Stefano Cucchi, prima di arrivare alla sentenza.
Il mio pronostico, anche se ovviamente spero di sbagliarmi, è che queste persone saranno condannate in primo grado, per tacitare un po’ l’opinione pubblica, ma poi con l’appello e la Cassazione tutto cambierà e vedrete che magari Stefano resterà un morto per colpa medica”. C’è anche un altro aspetto che spinge il percorso delle famiglie, di Ilaria, Patrizia e delle altre donne, verso un imbuto molto stretto.
“Questo tipo di processi costringe i privati, queste famiglie, a sopportare altissimi costi e quindi ad un peso economico molto rilevante dato dalle spese legali e processuali, unitamente all’estremo garantismo che in realtà è un bizantinismo dove il cittadino, in questo caso le vittime e le loro famiglie, non possono che venire spazzate via”. E come si fa a continuare ad avere fiducia nella giustizia e nei processi? “Ci vuole pazienza, tanta, e tanta fiducia, direi quasi una pazienza e una fiducia divina, teologica”.

fonte: l'Unità

Liberarsi dal carcere e dai manicomi

Giovedi' 27 alle ore 21 a Pisa, nello spazio autogestito Newroz in piazza Garibaldi: dibattito con Salvatore Verde, saggista e membro onorario del Tribunale dei minori di Napoli, che presenterà le sue ricerche su carcere e manicomio
Livorno, Venerdì sera 28 Ottobre, al teatro Officina Refugio, Nicola Valentino invece presenterà il suo libro "Ergastolo"
Sabato 29, all'Emerson di Firenze, a partire dalle ore 20, si svolgerà l'iniziativa conclusiva di denuncia e informazione sul sistema carcerario e repressivo italiano.


26 ottobre 2011

Eurogendfor: battesimo di piazza? La polizia militare europea alla prova greca

Si tratta di un mormorio, di voci prima diffuse, poi smentite. Fatto sta che lo scorso 8 ottobre le della Gendarmeria europea (Eurogendfor) sarebbero sbarcate a Igoumenitsa, in Grecia, provenienti dalla base di Vicenza, per poi essere trasferite alla base di Larissa, dopo aver attraversato tutto il Paese in direzione est, e da lì ripartire verso i Balcani.
Fonti giornalistiche greche hanno confermato di aver visto militari e veicoli sbarcare a Igoumenitsa, con tanto di effigie dell’esercito comunitario. Secondo le fonti ufficiali, si tratterebbe di un’esercitazione dell’Eurogendfor (che riunisce truppe di Olanda, Romania, Francia, Spagna, Portogallo e Italia) assieme ad alcuni soldati originari della Repubblica Ceca e facenti parte della Seebrig, la forza di pace multinazionale "Sudest Europa" che agisce sotto l’egida Onu.
Insomma, pare si tratti di un’operazione di routine, già programmata da tempo. Sta di fatto che l'esercitazione è andata a cadere, caso strano, proprio in Grecia e proprio a ridosso degli scioperi programmati per il 19 e 20 ottobre scorsi. Alquanto strano che una forza di polizia internazionale vada ad esercitarsi proprio in un luogo dove da settimane si susseguono serrate e manifestazioni di piazza, non sempre pacifiche.
Giovedì scorso, con una nota diffusa a tarda notte, la polizia greca ha negato "la presenza di forze europee di gestione della crisi", tuttavia venerdì, due parlamentari del partito Comunista hanno presentato un'interrogazione al ministro della Protezione dei cittadini, chiedendogli se i militari europei fossero realmente arrivati nel Paese per aiutare le forze dell'ordine ateniesi a sedare eventuali situazioni di tensione. Al momento di scrivere, il ministro non ha risposto, nonostante uno dei suoi portavoce abbia confermato ai giornalisti la presenza della brigata "Balcani" della Seebrig.
Non si sa, quindi, se la presenza dell'eurogendarmeria in Grecia sia davvero un'esercitazione o se sia intervenuta in piazza durante le recenti manifestazioni. Alcuni giornali greci sostengono che le voci legate ai militari comunitari siano state create per far pressione sui corpi di polizia greci, accusati di troppa indulgenza nei confronti dei manifestanti e idealmente loro vicini in quanto pubblici dipendenti, e quindi bersaglio dei tagli del Governo nell'ambito del piano di austerity.
L'Eurogendfor è composta da 3000 uomini con sede in Italia, organizzati in due brigate. Per quanto riguarda l'evenutale veridicità della voce che parla di un'esercitazione, occorre dire che ciò pare alquanto strano, poichè la Grecia non è un Paese membro di Eurogendfor. Analogo discorso vale se la forza internazionale è davvero intervenuta a scopo antisommossa nelle manifestazioni di piazza: la Grecia non fa parte del trattato di Veslen, trattato da cui ha origine la polizia militare europea, e in ogni caso sul suolo greco, in un momento di particolare crisi sociale interna, è venuta a trovarsi una forza militare straniera.
Senza scendere nella fantapolitica, se così fosse questa forza antisommossa, di cui fanno parte solo le polizie militari dei Paesi che hanno firmato il trattato di Veslen, quali ordini sta eseguendo? Da parte di chi? Del governo greco, che non fa parte del trattato, o dei paesi firmatari?
I detrattori di queste voci ricordano che l'Eurogendfor è una forza di Polizia militare istituita nel 2004, da impiegare in zone di crisi e di guerra, oppure dove le forze militari hanno appena lasciato il campo ad un nuovo governo dopo un conflitto. Insomma, si tratta di crisi di tipo bellico e non certo di rivolte di piazza. Per il momento, l'Eurogendfor è composta da Carabinieri, Gendarmeria Nazionale francese, Guardia Civil spagnola, Guardia Nazionale Repubblicana portoghese e Marechaussee Reale olandese. L'Italia fornisce all'Eurogendfor il maggior contributo di uomini. Eurogendfor non obbedisce ai Parlamenti nazionali, ma direttamente ai singoli governi dei Paesi componenti. Il Quartier Generale si trova a Vicenza e che lo Stato ospitante, cioè l'Italia, sostiene tutte le spese del Quartier Generale.
Fatto sta che il trattato di costituzione di Eurogendfor, che dopo la sua ratifica è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 14 Maggio 2010, recita nell'art.3 che: "Eurogendfor potrà essere utilizzata al fine di: a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; (...) c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d'intelligence; (...) e) proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di disordini pubblici.
Pertanto, non si tratta affatto di una superpolizia impiegata in casi estremi e scenari di guerra: la legge dice che possono intervenire in piazza. E il mistero resta, poichè non si capisce, né dal Trattato di Veslen, né dai regolamenti istitutivi, se il corpo armato può intervenire se "chiamato" da un Paese non firmatario. Insomma una vicenda certamente inquietante, e si resta in attesa di risposta al quesito iniziale: chi ha assicurato l'ordine pubblico, alle recenti manifestazioni del 19 e 20 ad Atene? Sicuri che fosse qualcuno in grado di parlare in greco?

Alessandro Iacuelli

Asti: La testimonianza di un detenuto, era un incubo...

Parla Andrea Cirino, il carcerato che ha aperto il caso. Era arrivato nel carcere di Asti da un paio di mesi, Andrea Cirino, 33 anni, di Torino, all'epoca dei fatti tossicodipendente. È uno dei due detenuti (insieme a Claudio Renne, di 29 anni) sulla base delle cui deposizioni la procura astigiana aveva chiesto il rinvio a giudizio di 12 poliziotti penitenziari. Sette sono stati prosciolti, cinque andranno a processo il 27 ottobre prossimo.
Cirino, nel dicembre 2004, era rinchiuso ad Asti nella sezione B2 per rapina con lesioni quando un giorno litigò con un agente e gli mise le mani addosso. "L'ho aggredito io, mentre Renne, mio compagno di cella, cercò di dividerci", racconta. Sorvolando su quella che lui descrive come una vera e proprio ritorsione immediata, con gli "agenti che mi prendono a calci e pugni mentre vengo accompagnato dal comandante", partiamo dal suo racconto di quei venti giorni passati da allora in cella di isolamento. Ovviamente, la sua testimonianza è per ora solo un atto di accusa. E gli agenti in questione sono innocenti, fino a condanna definitiva.

Dove la portano? Cosa succede?
Vengo rinchiuso nell'ultima cella a sinistra, Renne nell'ultima a destra: dalla parte opposta. C'erano altri detenuti in altre celle. Da subito iniziano le violenze: mi lasciano completamente nudo, con una branda senza materasso né coperte, alle finestre non c'erano vetri e faceva molto freddo. C'era un piccolo termosifone acceso ma se provavo ad appoggiarmi gli agenti battevano sulle sbarre e mi insultavano. Io non dormivo mai perché sapevo che quando bevevano o si drogavano poi venivano a picchiarci.

Si drogavano? È un'accusa grave questa.
Ho raccontato tutto all'ispettrice di polizia a capo delle indagini (Antonella Reggio, ndr) e ai pm: si vedeva dagli occhi che avevano tirato cocaina. O bevuto. Erano troppo esaltati e con una cattiveria che non era normale. Non mi davano quasi mai nulla da mangiare o da bere e quando lo facevano ero sicuro che ci avessero sputato o urinato dentro. Quindi rifiutavo e rispondevo ai loro insulti. E loro si scatenavano: mi picchiavano di giorno e di notte con gli anfibi e io rannicchiato per terra cercavo di coprire faccia e testicoli. Non lo facevano solo con me, ho sentito le grida anche di altri detenuti malgrado chiudessero i blindati. A volte al pestaggio partecipava anche qualche detenuto loro alleato.

Chi poteva accedere al reparto?
Il medico, ma non veniva mai, e l'infermiera per le terapie. Io prendevo dei tranquillanti altrimenti impazzivo, eppure non riuscivo a dormivo per paura.

L'inchiesta sul carcere di Asti si apre dopo che un assistente di polizia penitenziaria e la sua convivente vengono arrestati per droga. Da lì partono le intercettazioni e la prima testimonianza raccolta è quella di Renne. Lei però nega tutto, perché?
Perché ero stato trasferito ad Aosta, dove non conoscevo nessuno e avevo paura. Renne invece era ancora nel carcere di Asti e a quel punto nessuno poteva più toccarlo.

Possibile che tutti gli agenti fossero collusi?
C'era un brigadiere siciliano che a un certo punto cercò di farli smettere. Me lo disse un detenuto che partecipava ai pestaggi e i miei amici che dalle finestre di sotto mi urlavano di resistere, che stavano cercando di aiutarmi.

Lei ha mai tentato di suicidarsi?
No, ho fatto un gesto di autolesionismo solo una volta perché mia figlia stava per morire e io volevo uscire per vederla.

E invece gli agenti sostengono di averla salvata da un tentato suicidio.
Un giorno mi portano un bel piatto di pasta e io, sfinito, accetto anche se penso a cosa possano averci messo dentro. Poi non mi ricordo più nulla e mi sveglio in ospedale col collo tutto viola. Mi dicono che ho tentato di suicidarmi. Ma non è vero: io ero completamente nudo, dove avrei trovato il laccio di scarpe? E il gancetto dove dicono che mi sarei impiccato non avrebbe mai retto il mio peso. Mi hanno riferito che al cambio di turno delle 16 una guardia mi avrebbe trovato in quelle condizioni.

Ma se avessero voluto ucciderla non lo avrebbero fatto nel cambio di turno.
Non so, forse erano solo mossi da impulsi bestiali.

Come vive adesso?
Ho sempre paura di uscire, ho paura di vederli anche in tribunale. Soffro di attacchi di panico. Sto cercando lavoro, ogni tanto faccio l'elettricista, ma non è facile.


fonte: il manifesto

La verità scomoda che riapre il caso di Giuseppe Uva

Lucia Uva non vuole un risarcimento. Vuole la verità. Dopo più di tre anni di lotta, una perizia ordinata dal tribunale ha riaperto il processo sul decesso di suo fratello. Giuseppe Uva è morto nella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. È stato fermato per schiamazzi, portato nella caserma dei Carabinieri di Varese dove è stato trattenuto per ore.
L’amico che era con lui, Alberto Biggiogero, giura di averlo sentito gridare tanto che ha chiamato il 118 perché “qui stanno massacrando un ragazzo”. Nessuno, però, ha mai voluto sentire la sua testimonianza. Eppure sono stati gli stessi carabinieri poco dopo a chiamare l’ambulanza per trasferire Uva all’ospedale psichiatrico dove è deceduto.
È stata proprio sua sorella in obitorio a fotografare la sua salma sfigurata. Foto orribili che, come in altri casi analoghi, certificano con brutale evidenza lo stato di quel cadavere: un corpo martoriato con ecchimosi estese e bruciature simili a quelle causate da sigarette. Si tratta di un dato di fatto che da solo avrebbe dovuto portare ad un’indagine seria su ciò che è avvenuto quella notte nella caserma dei Carabinieri di via Saffi. Invece il procuratore di Varese Agostino Abate ha deciso di concentrarsi solo su ciò che è successo dopo, in ospedale. Il pm infatti ha dato corso ad un processo che vede come unico imputato per omicidio colposo un medico che avrebbe ucciso Uva somministrandogli un’improvvida dose di calmanti.
Questo processo però settimana scorsa è stato completamente messo in discussione da una perizia disposta dal giudice Orazio Muscato. I tre esperti incaricati del lavoro hanno certificato che Giuseppe Uva non è morto a causa dei calmanti. “Le dosi somministrate - si legge nella perizia - risultano inidonee a causare il decesso”. Non solo. Sui jeans indossati da Uva quella notte sono state riscontrate tracce ematiche, ma anche tracce di feci, urina e sperma. Per questo hanno richiesto di completare la perizia riesumando la salma e effettuando una Tac.
A questo punto il procuratore Agotino Abate deve spiegare alla sorella, ma anche alla città di Varese e a tutto il paese, il perché di così tante ed evidenti incongruenze tra la vicenda processuale da lui condotta e la realtà che emerge da una perizia che poteva essere compiuta molto tempo prima. Perché il fascicolo aperto sul fermo di Uva è rimasto e rimane chiuso nei cassetti della procura? Perché l’autopsia effettuata sul cadavere e resa nota dopo mesi dal decesso parla solo di “lievi escoriazioni”?
Perché il medico legale di cui si è avvalsa la procura, il dottor Marco Motta, ha ritenuto di indirizzare le indagini esclusivamente sulla pista del farmaco letale? Perché quei jeans macchiati di sangue sono stati riconsegnati subito alla famiglia la quale, per sua iniziativa, li ha immediatamente riportati alla polizia? E perché si è dovuto attendere l’esito della perizia per sapere ciò che si poteva presumere sin da subito? Gli esperti interpellati dal tribunale dicono che su quei jeans c’è una macchia di sangue di 16 centimetri per 10 all’altezza del cavallo. Una traccia macroscopica che, come ricorda l’avvocato di Lucia Uva, Fabio Anselmo, è stata derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.
Infine è lecito chiedere, come fa l’associazione a “Buon Diritto” di Luigi Manconi: “si può escludere che Uva abbia subito violenza sessuale?”. Per avere risposta a queste domande l’unica via è che il tribunale di Varese disponga la continuazione di quella perizia senza ulteriori perdite di tempo. E c’è da giurare che il senso di giustizia del procuratore Abate lo porterà a sottoscrivere questa richiesta. Lo merita Lucia Uva e lo pretendono tutti coloro che hanno diritto di sapere che cosa è successo davvero.

fonte: il manifesto

25 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidali con Chucky

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
OVVERO CHI CREDE NEL GARANTISMO A CORRENTE ALTERNATA

Sabato scorso un contingente di forze dell’ordine degno del più pericoloso boss mafioso ha arrestato Leonardo (Chucky) con la gravissima accusa di tentato omicidio, ritenendolo uno dei responsabili dell’assalto al blindato dei carabinieri avvenuto durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma. Immediatamente Leonardo è stato sbattuto su tutti i giornali e Tg nazionali, etichettato come un terrorista di professione, nonostante l’unico elemento a suo carico sia un’intercettazione discutibile. Gli inquirenti avevano affermato di avere anche foto e filmati del presunto reato, che invece, secondo le dichiarazioni rilasciate dall’avvocato di Leonardo non esisterebbero. Se fosse legittimo incarcerare per una sola intercettazione, ci ritroveremmo il Parlamento vuoto. Alla luce di tale smentita, ci chiediamo su quali basi da due giorni l’informazione abbia fondato una condanna tanto netta e definitiva. Ne deduciamo che il caso giornalistico montato in questi giorni non sia altro che immondizia. Noi, studenti universitari siamo schifati e preoccupati dal fatto che degli operatori dell’informazione abbiano costruito abilmente un personaggio tramite informazioni raccolte dai social network ed abbiano considerato un aggravante il fatto che il ragazzo stesse per partire a manifestare in Val di Susa. Il messaggio mediatico che, di fatto, ha costruito l'equivalenza manifestante = pericoloso estremista è un vergognoso uso improprio del mezzo d’informazione, riducendola a disinformazione e propaganda. Di fatto Leonardo è stato oggetto di una strumentalizzazione di regime volta ad alimentare un clima di paura e tensione, con l’obiettivo di distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi e dai veri criminali e di legittimare nuove forme repressive nei confronti del dissenso giovanile. A prescindere da quello che sarà l’esito finale del processo, condanniamo il comportamento irresponsabile dei media, dato che non è nostro compito (e di nessun’altro oltre alla magistratura) emettere sentenze. Ricordiamo a questi “turisti del giornalismo” che da questi processi da bar un ragazzo di 23 anni ne uscirà gravemente danneggiato. È imbarazzante che nessun mezzo d’informazione si sia preso la briga di descrivere la massiccia mobilitazione di forze dell'ordine utilizzate per "catturare" un ragazzo poco più che ventenne sotto gli occhi increduli di altri studenti universitari. Purtroppo questo modo affrettato di fare informazione non ci stupisce in un paese in cui l’analfabetismo funzionale riguarda il 47% della popolazione, secondo i dati dello Human Development Report dell’Onu, in altre parole buona parte dell’opinione pubblica ha un pensiero massificato, privo di qualsiasi criticismo personale e autonomo. L’opinione pubblica quindi è in balia di slogan populisti e demagogici, che mettono a serio repentaglio lo Stato democratico.
Invitiamo pertanto gli studenti e ogni cittadino a non trarre giudizi affrettati prima che sia accertata la verità e a prendere le distanze dalle notizie diffuse, o quantomeno di valutarle con spirito critico; da parte nostra possiamo garantire che Leonardo non è sicuramente il criminale descritto, anzi, è una persona che si è prodigata personalmente anche in diverse vicende nell’ambito della vita universitaria a favore degli studenti.

Studenti Universitari Chieti

15 ottobre a Roma: liberi tutti! Libere tutte!

La giornata del 15 ottobre, lanciata dagli indignados spagnoli, ha raccolto l’adesione di oltre 1000 città in tutto il mondo. Questo nuovo movimento globale nasce nella cornice globale di una crisi strutturale del capitalismo, che ha prodotto negli ultimi mesi forme di resistenza in tutto il mondo: dal Cile a Londra, dalla Grecia a New York City.
E’ innegabile che il corteo italiano, partecipato da centinaia di migliaia di persone, sia incappato in un cortocircuito tra il percorso e l’organizzazione del corteo e la rabbia diffusa dalla percezione ormai generalizzata di una crisi e delle misure di austerity che ogni giorno sottraggono il futuro a un’intera generazione.
Il corteo è stato spezzato in due dall’intervento della polizia, subendo cariche della celere nella parte centrale, mentre in piazza S. Giovanni -piazza autorizzata come conclusione del corteo- migliaia di persone resistevano ai folli caroselli dei blindati delle forze dell’ordine.
Si sta creando nel paese un pesante clima di repressione che vorrebbe far venire meno le garanzie minime dello stato di diritto.
E’ in atto un tentativo di far rientrare nelle politiche di austerity un inasprimento del misure cautelari e penali.
Alle decine di perquisizioni in tutta Italia, e alle inaccettabili proposte di ritornare all’uso di leggi speciali (e anche all’inquietante uso delatorio dei social network), ci sembra doveroso rispondere con forza chiedendo innanzitutto l’immediata scarcerazione dei 12 arrestati.

NON SI PUO’ CRIMINALIZZARE UNA GENERAZIONE!

LIBERI/E TUTTI/E LIBERI/E SUBITO!

Firma l'appello


da: Uninomade 2.0

Torino: Un anno e sei mesi per "non aver commesso il fatto"

Una anno e sei mesi, questa è la sentenza in primo grado emessa dal giudice per gli scontri avvenuti il 27 gennaio del 2009, quando sotto la prefettura la polizia caricò il corteo dei rifugiati.
Brevemente i fatti: i rifugiati dopo l'ennesimo incontro con gli amministratori comunali per chiedere casa, lavoro e residenza (sancite dalla convenzione di Ginevra), ricevevano l'ennesimo esito negativo, palesando una volta in più l'incapacità politica di rispondere a chiare richieste negando di fatto i diritti dei rifugiati.
In concomitanza a questo incontro si svolgeva, sotto il comune, il presidio organizzato dal Comitato di Solidarietà con Rifugiati e Migranti. Appresa la notizia del fallimentare incontro, il presidio partì in corteo per raggiungere la prefettura con l'intenzione di chiedere un incontro fra il prefetto e una delegazione di rifugiati. La richiesta dei rifugiati non avrà nessuna risposta, perché il gruppo di rifugiati venne caricato violentemente e senza preavviso dalle forze dell'ordine.
A quella carica inaspettata, nella quale furono investite anche donne e bambine, il gruppo di rifugiati, rispose,legittimamente difendendosi, con lancio di oggetti.
La situazione dei rifugiati in quel periodo era aggravata dalla mancanza di diritti che le istituzioni locali avrebbero dovuto garantire, esasperando il tutto con promesse più volte disattese, lasciando, così facendo, uomini, donne e bambini nella più completa incertezza di vita.
La sentenza di oggi, avvenuta in un particolare contesto politico sociale, fatto di mobilitazioni contro la crisi e le misure di austerità promosse dal governo, forse influenzata dal clamore mediatico di questi giorni in occasione del 15 ottobre romano, appare eccessiva se non assurda.
Proprio in questi giorni a Torino, una nuova manifestazione di rifugiati ha posto l'attenzione sul diritto di asilo e permesso di soggiorno,casa e migliori condizioni di vita all'interno dei «centri di accoglienza».

fonte: InfoAut

La ricetta di Maroni: Legge Reale e immunità per le forze dell'Ordine

Il ministro degli Interni Maroni sta preparando un decreto legge che assicuri alle forze dell'ordine le cosiddette "garanzie funzionali", ovvero le tutele giuridico - legali che - come ha detto - impediscano a un pm di mandarle in galera. Dal Viminale arrivano conferme: stiamo lavorando, ma sui particolari bocche cucite. Anche se le ipotesi sono già delineate. Scomodando l'ormai tornata di moda legge Reale o addirittura il vecchio Codice Rocco, si costituirebbe un filtro attraverso la Procura generale, che dovrebbe decidere se iscrivere nel registro degli indagati il poliziotto sospettato di aver abusato delle sue funzioni, magari agitando oltremisura un manganello. Niente più obbligatorietà dell'azione penale per il pm, ma la discrezionalità di un Procuratore generale.
L'idea di dare maggiore immunità alle divise (voluta anche dal capo della polizia, Manganelli) era già contenuta nel pacchetto di misure illustrate martedì in Senato, quando il ministro ha riferito sugli scontri di Roma. Con una grossa differenza, però: Maroni aveva ipotizzato un disegno di legge da portare in Consiglio dei ministri dopo aver consultato le opposizioni. In tre giorni il ddl è diventato un decreto.
Il confine, però, è molto labile, quando lo stesso Maroni parla così: "I poliziotti dal G8 di Genova hanno la condizione psicologica di passare per carnefici, perché quando un poliziotto viene processato per aver fatto il suo dovere non solo è uomo distrutto, ma si diffonde una consapevolezza: perché dovrei fare qualcosa che mi distrugge la vita?". Forse per essere promosso, come è accaduto ai protagonisti della "macelleria messicana" del 2001.

Asti: Botte e vessazioni a due detenuti, cinque agenti rinviati a giudizio

Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua.
Ai due, inoltre - secondo l' accusa - veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà tra tre giorni, il 27 ottobre, ad Asti. Le vittime, Claudio Renne e Andrea Cirino, hanno denunciato maltrattamenti da carcere "turco" da parte della "squadretta" di agenti che avevano instaurato all'interno della struttura carceraria "un tormentoso e vessatorio regime di vita", si legge nell'imputazione.
Claudio Renne, nel dicembre del 2004 - secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta - viene portato in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. La cella è priva di materasso, sgabelli e acqua. La finestra è priva di vetri e Renne ci rimarrà per due mesi, i primi due giorni completamente nudo.
Il cibo, racconta il detenuto, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Il più feroce dei suoi carcerieri, uno dei cinque agenti rinviati a giudizio, che agiva spesso sotto effetto di alcol e droga, nel corso di un pestaggio gli strappa con le mani i capelli che Renne aveva raccolti in un codino sulla nuca.
Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni, e gli viene negata l'acqua. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
"Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti", afferma Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. "Nel carcere di Asti - aggiunge - vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore".
un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: "nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente". In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: "Ma che uomo sei... devi avere pure le palle... lo devi picchiare... lo becchi da solo e lo picchi... io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo...".

L'ex direttore: io non ho responsabilità, processo accerterà verità
"La polizia giudiziaria ha ipotizzato mie responsabilità ma è stata smentita dalla stessa procura che non le ha giudicate plausibili. Spero che ora il processo consenta di accertare la verità. Se sarò chiamato a testimoniare lo farò molto volentieri per dare un contributo a chiarire i fatti".
Così Domenico Minervini, ex direttore del carcere di Asti e attualmente direttore della casa circondariale di Aosta, commenta la notizia del rinvio a giudizio di cinque agenti della polizia penitenziaria astigiana per aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti.
In merito alla vicenda, Minervini sottolinea: "Ho sempre trasmesso alla procura le segnalazioni di pestaggi o abusi nei confronti di detenuti. In quel caso il personale non mi aveva segnalato nulla e quindi non ho potuto informare la magistratura: si tratta di pubblici ufficiali che avevano l'obbligo di relazionarmi e non l'hanno fatto. Ora il processo accerterà eventuali responsabilità".
Minervini, infine si dice "amareggiato per la superficialità dell'associazione Antigone" che ha parlato di indifferenza da parte dei medici e del direttore del carcere di Asti. Secondo Minervini l'associazione "ha fatto affermazioni senza aver letto le carte dell'inchiesta. Io non ho ricevuto alcun provvedimento da parte della procura, nemmeno un avviso di garanzia, segno che i magistrati hanno reputato che sono totalmente estraneo alla vicenda contestata.

fonte: Ansa

22 ottobre 2011

No Tav: Zona rossa, reti e blindati, la Val Susa è militarizzata

La zona rossa che impedisce qualunque accesso ai cantieri della Tav resterà in vigore fino alle sette di lunedì mattina (video). Un paio di migliaia di agenti e blindati dovranno impedire che il popolo delle valli, quello che si batte da anni contro quella che considerano una devastazione del territorio, la tratta Torino Lione dell'alta velocità, si avvicini, anzi, che provi soltanto ad avvicinarsi alle reti alzate a difesa del cantiere esplorativo di Madonna del Chiomonte. Sono vietate strade, vie, sentieri, prati e boschi a Chiomonte e Giaglione. Misure prese dal prefetto di Torino sull'onda del 15 ottobre romano per affrontare la decisione presa in assemblea dal popolo che si oppone alla Tav di arrivare alle reti domani e di tagliarle. Praticare la disobbedienza civile è il metodo scelto dal coordinamento dei comitati NO TAV in risposta alla militarizzazione del territorio.

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Due anni fà Stefano Cucchi......

Quelle immagini, dolorosissime sono ancora una ferita aperta nelle coscienze. Sono due anni oggi, che Stefano Cucchi è morto in "circostanze misteriose", si dice ancora. Trentuno anni, fermato dai carabinieri in un parco a Torpignattara per un po' di erba trovata in tasca, portato in due caserme e poi portato d'urgenza all'ospedale Sandro Pertini. Restituito alla famiglia morto, un cadavere straziato e trasfigurato dalle percosse. Una famiglia che non può credere ai propri occhi e che decide di mostrare a tutti quel corpo martoriato, di mostrarne le foto. Foto che sembrano provenire dagli abissi della storia, dai campi di concentramento, dai genocidi, dalle dittature più terribili. E invece è ciò che resta di un ragazzo picchiato selvaggiamente, ridotto alla disperazione dell'Urlo di Munch. Una storia come tante di quelle che non si raccontano mai. Stefano è uno dei tanti. Due altri nomi a caso potrebbero essere Giuseppe Uva o Federico Aldrovandi, e decine di altri nomi non li sapremo mai. Tornano a Stefano Cucchi e ai due anni di battaglia della sorella Ilaria per ottenere la verità, il bilancio è ancora desolante. Ancora oggi è stato «escluso un nesso di causalità tra le violenze subite - per cui sono stati rinviati a giudizio tre poliziotti penitenziari - e la successiva morte» dice. Ancora oggi, a due anni dalla morte di Stefano.

Haidi Giuliani: Sallusti è un provocatore

Quale è la tua reazione di fronte alle parole violente e sconsiderate di Sallusti?
Con Giuliano abbiamo già informato il nostro avvocato. Gli abbiamo chiesto la possibilità di una querela. Voglio dire, le opinioni possono essere molte e varie ma affermare che una persona ha fatto bene ad ammazzarne un'altra mi sembra davvero poco educativo.

E soprattutto contrario ai risultati dei processi.
Su Carlo non c'è nessuna sentenza perché ci hanno impedito un dibattimento pubblico. Dopo dieci anni ci siamo rassegnati, e stiamo pensando a una causa civile.

Sì, ma la ricostruzione dei fatti di Genova...
Un processo nei confronti dei manifestanti ha detto che il corteo ha reagito a cariche del tutto ingiustificate. La vicenda di Carlo accade dopo tre ore ed è tutta da discutere ancora. Noi abbiamo delle convinzioni, però, e vorremmo confrontarci in un dibattimento pubblico.

Parlavi di opinioni, ma Sallusti, a quanto pare, è un giornalista.
Sì Sallusti è un giornalista. E questo credo che aggravi la situazione perché prima di parlare dovrebbe verificare come si sono svolti i fatti. Secondo, perché sa benissimo che il suo intervento è un intervento provocatorio e sa di suscitare delle reazioni indignate come è stata la reazione di Paolo Ferrero. Di solito evito certi programmi. La scena l'ho vista per fortuna registrata.

Insomma, viene alimentata una cultura della vendetta.
C'è l'incapacità di dire le cose come sono state accertate da un tribunale. Questo è gravissimo. Nel senso che sono stati condannati in secondo grado gli agenti di polizia che nel frattempo hanno fatto ulteriore carriera. I carabinieri non vengono mai indagati. Nessuno ricorda che ci sono stati tanti dirigenti tra le forze dell'ordine condannati per le bugie e le violenze. Si continua sempre a passare lo stesso discorso sulla violenza dei manifestanti. Da dieci anni la stessa storia. La responsabilità della gestione dell'ordine non va affidata ai manifestanti ma alle forze dell'ordine che così si chiamano perché dovrebbero garantire l'ordine. Sia a Genova 2001 che Roma 2011 vediamo all'opera invece le forze del disordine.

Non credi ci sia una precisa responsabilità, anzi un disegno...
Bene la responsabilità è del Governo. Quanto ai manifestanti è un discorso lungo che bisognerebbe fare. E' vero, sono state indicate infiltrazioni. Le ho lette sui giornali. Diciamo che quella realtà presente in piazza è una realtà molto varia. A me hanno parlato di ragazzi che in buona fede erano lì a spaccare vetrine e ad incendiare. Buona fede nel senso che credevano in quello che facevano. Ma ci sono stati anche attivisti di di casa Pound, e membri delle tifoserie. Insomma, una situazione molto ampia, forse molto più ampia di quella di Genova. Forse c'è anche molta rabbia e molta esasperazione da chi non vede più una via d'uscita nella propria condizione materiale.

Tra Genova e Roma ci sono delle simmetrie impressionanti.
Sì, certo, le simmetrie con Genova sono impressionanti. Da Genova 2001, prima si prepara l'opinione pubblica e poi bastano un po' di immagini pilotate per far dire sì ecco i violenti, noi non li vogliamo. Questo è funzionale ad un inasprimento degli strumenti di oppressione. Ho tremato a sentir parlare di legge Reale, che fece già tanti morti negli anni scorsi.

Questo paese ha ancora aperti nodi cruciali nella sua storia...
Credo che sia difficile superare tensioni e contrapposizioni fino a che non c'è un chiarimento. Faccio un esempio sciocco se vuoi. Tante volte mi interrogo sul senso del perdono. Come è possibile perdonare finché non si sono chiariti tutti gli elementi sul tappeto. Non solo, vorrei anche dire che negli anni settanta c'è chi ha pagato ben oltre le proprie responsabilità. E c'è chi non ha pagato per niente. Due piccolissimi esempi, la strage di Bologna e quella di piazza della Loggia. Dall'altra parte, alcuni presunti terroristi rossi che sono ancora in carcere oggi. C'è gente che è in carcere da trent'anni senza aver mai partecipato mai ad una azione armata.

intervista a cura di Fabrizio Salvatori da Liberazione

21 ottobre 2011

Detenuto suicida al Marassi di Genova

Un detenuto di 29 anni, di origini marocchine, si è suicidato nel carcere di Marassi. Lo ha reso noto il sindacato Uilpa, precisando che si tratta del 55/mo suicidio in cella, in Italia, dall'inizio del 2011. L'uomo, Rahamani Jalel, detenuto per spaccio di stupefacenti e che avrebbe finito di scontare la pena tra due mesi, si è impiccato con le lenzuola in dotazione nella sua cella della sesta sezione del carcere. Al momento - sottolinea la Uilpa - vi risiedono 812 detenuti nonostante i posti disponibili siano 456. Solo quest' anno vi sono stati 2 suicidi, 9 tentati suicidi, 85 atti di autolesionismo grave, 10 aggressioni a danno di poliziotti penitenziari.

fonte: Ansa

Per il direttore de "il Giornale" Sallusti hanno fatto bene uccidere Carlo Giuliani

Durante la puntata di Matrix andata in onda mercoledi 19 ottobre, il direttore de il Giornale, Sallusti, ha affermato che il carabiniere che ha sparato uccidendo Carlo Giuliani a Genova 2001, ha fatto bene. Ferrero, segretario nazionale del Prc, presente in trasmissione, si è alzato e l'ha mandato a cagare.

Ma l'idiozia non finisce qui....Abbiamo letto una notizia su corriere.it, abbiamo anche verificato sul social network ed è tutto vero. Pierluigi Diaco, giornalista de "Il Foglio", sulla sua bacheca in facebook scrive in merito allo scontro Sallusti-Ferrero sull'uccisione di Carlo Giuliani: «E' vergognoso che Carlo Giuliani si consideri ancora come un manifestante vittima della polizia. Credo, invece, che sia una vittima di quell'ideologia sbagliata che inculca nei giovani l'odio verso coloro che rappresentano l'ordine». Parte il dibattito e sono diversi i commenti, ma uno su tutti lascia senza parole ed è scritto da un poliziotto, Mirko Landi, che dice: «Sono un poliziotto....e sono molto onorato!!! Non siamo di certo bersagli di gente bastarda e mafiosa......abbiamo una dignità e lavoriamo seriamente ed onestamente per il popolo, per la gente per l'ordine e la DISCIPLINA.........fossi stato io.....oltre aver sparato il GIULIANI..l'avrei calpestato e tritato le ossa con la nostra camionetta!». Ma questa persona, se veramente un poliziotto, non dovrebbe essere allontanata dalle forze dell'ordine? Non dovrebbe essere ritenuta pericolosa per l'ordine pubblico? Giusto ministro Maroni? Si può fare prevenzione con certi atteggiamenti?


15 Ottobre: Voci dalla Piazza/7

Dietro il passamontagna del 15 ottobre

Incolti, brutali, rozzi, prezzolati, criminali, teppisti, dementi, sfascisti, populisti, nemici. Neri. Eccolo, nei commenti sui quotidiani, l’identikit degli “incappucciati” di piazza san Giovanni.
Un unanime coro di condanna, di politici, di opinionisti – un arco che raccoglie la destra e la sinistra e i più radicali delle sinistre – che manda al rogo quei maledetti violenti.
Una trasversalità di opinioni che lascia sgomenti. Accade solo con le catastrofi, con i terremoti, l’unanime cordoglio. E i tumulti appartengono alla politica, non alla natura del mondo. Tutti hanno “espressioni di ferma condanna”, plaudono alla polizia, invocano azioni repressive – individuateli, toglieteceli dai coglioni.
Tutto il vocabolario dei comunisti d’antan – i Pajetta, i Pecchioli, i Berlinguer – avete tirato fuori. Untorelli, squadristi, chiamavano gli altri incappucciati, quelli del Settantasette, senza capirci un cazzo. E sono storie che non c’entrano quasi nulla, l’una con l’altra. Quelli, però, avevano stoffa e storia, oltre che il pelo lungo così sullo stomaco, voi chi cazzo credete di essere, pensate che basti il pelo? Loro poi andavano da Cossiga con le liste di proscrizione, indicando chi andava arrestato: lo farete anche voi? Andrete anche voi da Maroni? Farete come promise Cameron dopo il riot di Londra, li prenderemo a uno a uno nelle loro case? Avete già le vostre liste?
Chiedete consulenza a Carlo Bonini della Repubblica: lui conosce bene gli Acab, All cops are bastards, ci ha fatto un libro, dove racconta le sofferenze dei poliziotti – ognuno ha le sue debolezze –, e ora disegna le mappe dei violenti di piazza, i luoghi dove si annidano, dove andare a scovarli. La chiama informazione, lui.
Non siate così melodrammatici – la madonnina sul selciato, oh la guerra di spagna e i preti fucilati, oh i talebani e i Buddha sgretolati, e la piazza di San Giovanni violata nella sua sacralità, ah il luogo delle composte manifestazioni, ah le canzoni di luca barbarossa e fiorella mannoia.
Non siate così mediocri nel giudicare.
Volete redigere e distribuire il manuale del bravo indignato? Dire come deve essere la rabbia e indicare i comportamenti dell’accettabile indignazione? Avete già pronta la guida della giovane marmotta indignata, un’indignazione composta, educata, per bene, moderata? Che aspettate a distribuirla?
Siete indignati con i black bloc, con gli incappucciati, i violenti, ormai l’indignazione vi viene così, come niente. Siete indispettiti, avevate già tutti i vostri bei discorsetti pronti, i vostri editorialini, le vostre intervistine, e v’hanno messo un candelotto dentro, ve li hanno bruciati come fosse un blindato.
O giovani incappucciati, meditate su quale disastro abbiate prodotto: Eugenio Scalfari e Aldo Cazzullo vi hanno ritirato la loro simpatia. Ci potevate pulire il culo già prima con la loro simpatia.
Un tumulto non è un pranzo di gala, un ordinato corteo, una partita magari un po’ rude e maschia da commentare nei salotti di una tivvù. Non è la simulazione dello scontro sociale. È una forma dello scontro sociale. Il tumulto è un grumo nero di rabbia e distruzione. Non mette fiori nei cannoni, non cerca consensi, non costruisce alleanze. Non è un movimento politico.
Questi non occupano il teatro Valle e non ascoltano gli uomini di cultura e i loro lamenti. Sono folli di rabbia, pazzi di distruzione.
Sono cronaca nera, forse è vero. Ma è nella cronaca nera che oggi si legge quanta rabbia e quanta disperazione stia producendo la crisi in chi era già ai margini, in chi è senza reti di protezione, in chi non sa a che santo votarsi.
Ma è sulla cronaca nera, sulla rabbia e sulla disperazione, che qualunque proposta politica di trasformazione, di riforme, deve misurare la sua credibilità. Mohammed Bouazizi, il giovane ambulante tunisino che si diede fuoco per protesta contro una multa dei vigili, era cronaca nera, un episodio di disperazione e rabbia, prima che un movimento lo trasformasse in un’onda politica inarrestabile.
La piaga di questo paese è diventato l’antiberlusconismo, spargere a piene mani l’illusione che basti un’imboscata parlamentare, un complotto trasversale, e buttare giù il governo e tutto – come d’incanto – cambierebbe. Niente più debito pubblico, niente più disoccupazione, niente più precariato, niente più tagli all’assistenza sanitaria: invece, investimenti, occupazione, credito a strafottere, la Fiat che marcia a pieno ritmo, e tutta la cassa integrazione che rientra. Basterebbe mettere Visco all’economia, Vendola allo sviluppo, Di Pietro alla giustizia, e ecco la quadra: la Bce ci darebbe tutto il credito di cui abbiamo bisogno, i mercati – la speculazione! – capirebbero che abbiamo un governo solido e stabile e ci ricompenserebbero; Sarkozy e la Merkel ci penserebbero due volte prima di decidere tutto da soli il futuro dell’Europa, e persino la Grecia e la Spagna si risolleverebbero, vuoi mettere? C’è chi fa i calcoli di quanti punti si ridurrebbe lo spread col Bund tedesco, e lo dà come cosa acquisita. Ma si può? Di che favola andate parlando? Quale film vi state girando nella testa? State lì, con l’acquolina alla bocca, pronti a governare senza uno straccio di programma, senza un sentimento sociale che spinga al cambiamento, litigiosi come i capponi di Renzo mentre si assaltano i forni del pane. Questo è il “male assoluto”, non quattro vetrine infrante.
Vedete, la domanda vera non è come mai a Roma il 15 ottobre ci sia stato l’inferno e nelle altre capitali del mondo tutto sia filato liscio – che poi non è neppure vero, già dimenticate le giornate di Atene? già dimenticato il riot di Londra? già dimenticato il 14 dicembre di Roma? già dimenticate le giornate dello sgombero dei No Tav? –, ma come mai non succeda tutti i giorni un casino simile.
Certo, se state tutti i giorni a pensare a Ruby e alla Minetti, a Scilipoti e a Sardelli, a Montezemolo e a Napolitano, è difficile che vi rendiate conto di quanta rabbia e disperazione stia producendo la crisi, quanta devastazione nella vita quotidiana e nell’immaginare un qualunque domani.
A che servono le vostre condanne? Convinceranno forse i black bloc – gli uomini neri – a essere più duttili? Blinderete le manifestazioni pacifiche facendole proteggere da cordoni di sicurezza pronti a menare chiunque si discosti dalle vostre indicazioni, dal vostro manuale di comportamento – fin qui si può essere rabbiosi, più in là, no, non sta bene, ci alieniamo scalfari e cazzullo? Che un movimento faccia le barricate e poi chiami la polizia per rimuoverle – come diceva Marx dei tedeschi – è una cosa contro natura.
Che un movimento provi a costruire simpatia e consenso intorno ai suoi temi è non solo legittimo ma auspicabile, che un movimento ponga un’opzione di cambiamento radicale è non solo legittimo ma auspicabile.
Il tumulto non viene da Marte, non è un complotto organizzato da minoranze di facinorosi. È nelle nostre attorcigliate viscere. È il buco nero della politica, il collasso della materia. Ma è nel nostro universo.
È qui che si misura la sfida di una politica del cambiamento, nel trasformare la rabbia in speranza, nel dare alla rabbia una speranza.

Lanfranco Caminiti da Alfabeta2