Assolti i due spettatori unici arrestati nella notte dell’assalto fascista al concerto della Banda Bassotti. La ricostruzione delle forze dell’ordine non convince i giudiciAssolti con formula piena: «per non aver commesso il fatto». I giudici di Roma non hanno riconosciuto valide le accuse di «resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e detenzione abusiva di armi improprie» che erano state formulate dai carabinieri contro due giovani, Giulio Bonasera e Daniele Sinigaglia, che il 28 giugno scorso erano tra gli spettatori aggrediti a Villa Ada da una squadraccia fascista ma che finirono per essere gli unici arrestati della serata. A tutt’oggi nessuno è stato fermato, identificato o incriminato per quel raid che, alla fine di un concerto della Banda Bassotti per l’Estate Romana, lasciò sul terreno diversi feriti di cui uno piuttosto grave: un uomo di circa quaranta anni finito in ospedale con nove coltellate profonde sulla schiena. Nella requisitoria lo stesso pm, Francesco D’Alolio, aveva riformulato i capi d’accusa contro i due giovani – processati per direttissima perché colti secondo la versione dei carabinieri in flagranza di reato – chiedendo sei mesi di reclusione solo per danneggiamento a un veicolo dell’Arma. Le altre accuse erano già decadute di fatto durante la ricostruzione in fase dibattimentale. E infatti il processo ha avuto anche il merito di aver ricostruito almeno a grandi linee le dinamiche di quella sera e aver cominciato a fare chiarezza su alcuni punti oscuri o volutamente confusi. Cominciando dalla distinzione netta tra gli aggrediti e gli aggressori, dai tempi e dalle modalità di intervento delle forze dell’ordine, fino ai motivi del fermo di quattro giovani spettatori tra cui i due imputati (gli altri due rilasciati dopo una notte «per accertamenti»).Il presidente del collegio giudicante Raffaele Condemi non ha evidentemente accolto la versione dei due carabinieri della Seconda sezione radiomobile di Roma – il brigadiere Antonino Monorchio e l’appuntato Antonello Deidda – che avevano dichiarato di aver riconosciuto i due giovani armati di «bastoni insanguinati» tra quanti, subito dopo la non meglio specificata «rissa», ossia l’aggressione fascista, si sarebbero scagliati contro di loro e il loro veicolo all’uscita da Villa Ada, nei pressi del cancello principale. I due imputati, descritti minuziosamente ma in modo del tutto errato anche nel vestiario, sarebbero stati presi «subito dopo» l’atto violento e a «pochi secondi l’uno dall’altro». Inoltre la volante su cui prestavano servizio i due militari sarebbe stata raggiunta dai rinforzi «in pochi secondi». Una ricostruzione che – giudicata «faticosa» dallo stesso pm che ha anche riconosciuto l’«errore strategico delle forze dell’ordine di aver mandato una sola pattuglia dei carabinieri davanti a una folla impaurita e inferocita» – è invece per gli avvocati difensori «molto fantasiosa», «un puzzle che non combacia». Secondo quanto ricostruito nel processo invece Daniele Sinigaglia, venuto in treno da Latina per il concerto, è stato arrestato sul viale principale di Villa Ada mentre con un amico e gli altri spettatori defluiva verso l’uscita quando ormai il raid fascista si era consumato e l’atmosfera era tornata relativamente calma. Giulio Bonasera invece «è stato arrestato 30-45 minuti dopo», come ha ricostruito l’avvocato Dario Cusumano, abbastanza distante dal cancello e mentre con gli altri due amici (fermati e rilasciati) raggiungeva la propria auto. Bonasera ha raccontato nei dettagli quei minuti: passando davanti a un gruppo di carabinieri che li avevano apostrofati con un «andate a lavorare», era tornato sui suoi passi dicendo loro: «Infami, andateci voi a lavorare». Poi aveva ripreso la sua strada ma non per molto, perché un carabiniere – identificato solo a fine udienza dal giudice – aiutato poi da altri cinque lo aveva bloccato e arrestato. La mazza insanguinata, l’aggressione alla volante, e tutto il resto, mentre i fascisti indisturbati se ne vanno, rimarranno solo «un tentativo» non riuscito di trovare, secondo le parole dell’avvocato Antonio Belliazzi, «un capro espiatorio» per la serata.
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