" potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera" Pablo Neruda



27 gennaio 2012

Latina: Verbale di arresto falso, condannati due carabinieri

Condannati questa mattina due dei tre carabinieri indagati, a vario titolo, per falsità in atto pubblico e calunnia, dopo la denuncia presentata dalla famiglia di un giovane di Lenola, accusati di aver falsificato un verbale di arresto di un minorenne.
Secondo i militari, il ragazzino sarebbe stato coinvolto in uno scambio di hashish: dal verbale di arresto, infatti, al 16enne sarebbe stato attribuito il possesso di un etto di droga. Diversa la versione della vittima e dell’accusa: lo stupefacente sarebbe stato sequestrato a casa di un altro soggetto.
Per il minorenne, quindi, l’arresto non sarebbe potuto avvenire senza la flagranza di reato e sarebbe dovuto quantomeno scattare per l’altro giovane. Assolto per non aver commesso il fatto il maresciallo Biagio Di Iorio, difeso dall’avvocato Giulio Mastrobattista: secondo il giudice per le udienze preliminari Tiziana Coccoluto sarebbe estraneo ai fatti, non avendo partecipato al blitz. Condannato a due anni, invece, Ciro Paglino, a un anno e due mesi Antonio Bizzarro. Nel collegio difensivo anche gli avvocati Gaetano Marino,Vincenzo Macari e Francesco Bruno. Per la parte civile l’avvocato Franco Spirito.

fonte: Latina 24ore

Milano: cariche della polizia al presidio dei lavoratori

Oggi è giorno di sciopero del trasporto pubblico a Milano. Per la mobilitazione indetta dai sindacati autonomi, c'è stato questa mattina un presidio di circa 200 lavoratori davanti all'atrio della stazione Centrale. Al presidio si sono unite anche qualche realta studentesca per solidarizzare con i lavoratori in sciopero e per solidarizzare con il movimento No Tav che ieri ha subito un forte attacco repressivo.
Dopo le 11,00 però il presidio è stato caricato a freddo, e ci sono stati feriti da parte dei manifestanti. La situazione come dichiarano i presenti è decisamente surreale, perchè si trattava di un semplice presidio autorizzato di circa 250 lavoratori e lavoratrici che è stato attaccato con forte brutalità e senza alcun motivo di ordine pubblico. Al momento attuale i manifestanti sono circaondati da un cordone di poliza e non vengono lasciati andare via.

Seguiranno aggiornamenti...

fonte: InfoAut

Le reazioni politiche agli arresti dei No Tav

Per il deputato piemontese del Pd  Esposito «L'eccellente operazione compiuta dalle forze dell'ordine ha fatto cadere il castello di menzogne e ipocrisie attraverso le quali i No Tav hanno voluto accreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica come un movimento di non violenti in lotta per la salvaguardia dell'ambiente incontaminato della loro Valle contro le mire conquistatrici del capitale globale. Il pedigree degli arrestati è molto preciso: tutti bravi ragazzi con il vizietto di praticare il 'tiro al poliziotto'». «L'operazione della Procura rende giustizia innanzitutto alle centinaia di agenti feriti mentre svolgevano il loro lavoro . Ma rende giustizia anche a chi, come il sottoscritto, per mesi ha denunciato che in Valle di Susa si erano infiltrati dei 'cattivi maestri' - prosegue il deputato del Partito Democratico - per mesi e mesi ho sostenuto che in Valle di Susa operavano impuniti personaggi che con la Valle nulla avevano a che fare e che volevano semplicemente fare di Chiomonte una palestra per la lotta violenta allo Stato e alle istituzioni democratiche. Ora, finalmente, lo Stato ha risposto forte e chiaro». «Essendo un garantista, non mi sostituisco ai giudici nell'emettere sentenze. Attendo fiducioso. Però, mi auguro che dopo i fatti di oggi si prenda atto atto che un grande movimento popolare, che legittimamente protestava contro la Tav, è stato lasciato nelle mani di gente pericolosa, violenta e portatrice di una cultura eversiva -conclude Esposito - sulla Torino-Lione non saranno ammesse ambiguità, a cominciare dal Pd».  Dello stesso tono anche il comunicato del Pd piemontese. Per il segretario regionale del Pd del Piemonte, Gianfranco Morgando, e il Presidente regionale del partito, Andrea Giorgis, «oramai solo qualche irresponsabile invasato può negare il fatto che il movimento di opposizione alla Torino-Lione è diventato ostaggio di un gruppo ristretto di persone violente e fanatiche che la Valle e quei comitati No Tav che si definiscono pacifici non hanno mai saputo o voluto isolare». «I nomi delle persone fermate dimostrano come non siamo in presenza di pacifici valligiani contrari alla Tav, ma di professionisti dell'antagonismo e della guerriglia urbana. E neppure stupisce  la presenza di personaggi dal passato terroristico e brigatista. »I fatti contestati sono di estrema gravità e nessun tipo di giustificazione può essere ammessa da parte di chi crede nella legalità e nelle istituzioni. Dai commenti all'operazione di oggi - dicono i due leader del Pd congratulandosi con Procura e forze dell'ordine - risulterà evidente se questi principi sono da tutti condivisi, oppure se qualcuno ha deciso di porsi fuori dalla legge e dallo Stato avallando con parole e comportamenti azioni sovversive e violente«. Dello stesso tono i commenti del PDL e Lega, che chiedono la sospensione della manifestazione di sabato a Torino. Silenzio assordante da parte di Vendola e Di Pietro.
Gli arresti di stamane sono l'ennesimo tentativo di ridurre il movimento No tav ad un problema di ordine pubblico al fine di dividerlo e delegittimarlo. È l'ennesimo punto di continuità tra il governo Berlusconi e il governo Monti: non si riconoscono le ragioni di chi protesta, non si tratta, ma si agisce militarmente, si determina un clima di tensione e poi si processa sulla base degli scontri che avvengono”- Così il segretario di Prc Paolo Ferrero subito dopo i 40 provvedimenti giudiziari, di cui 25 di custodia cautelare, emessi dalla procura di Torino. “Il 28 giugno e il 3 luglio ho partecipato anch'io alle manifestazioni in Val di Susa – aggiunge - sono stato abbondantemente gasato e voglio affermare ancora una volta che - al contrario di cosa si vuol far credere - il movimento No tav non è un problema di ordine pubblico ma una grande esperienza politica in cui una comunità vuole decidere democraticamente sul proprio futuro, così come democraticamente decide le forme e i contenuti delle mobilitazioni”. Il Prc esprime solidarietà al movimento No Tav e sottolinea l'impegno “a proseguire la lotta affinchè quello sperpero di danaro pubblico, inutile e dannoso, venga fermato e la Val di Susa non sia più una terra militarizzata”. Solidarietà anche da Giorgio Cremaschi, presente in uno dei luoghi degli arresti, la casa del consigliere comunale Guido Fissore di Villarfocchiardo, un paese della Val di Susa, e dal sindacato di base Usb. “Nessuna voglia di dialogare – sottolinea Cremaschi – solo voglia di reprimere”. Proprio domani Usb terrà uno sciopero generale nazionale. “Insieme agli striscioni dei lavoratori e delle aziende in lotta, alla manifestazione nazionale di Roma – si legge in un comunicato - porteremo anche questo: LIBERTA’ PER I NO TAV. LE LOTTE NON SI ARRESTANO”, “Questo Governo sta usando sempre più spesso la mano pesante nei confronti di chi lotta e di chi difende la propria vita e il proprio lavoro. Non possiamo accettarlo – evidenzia Paolo Leonardi, coordinatore nazionale dell’Usb - la USB sarà in piazza al fianco dei NO TAV in ogni iniziativa di risposta a questi incredibili provvedimenti repressivi che sarà decisa in Valle. Non possiamo accettare che la volontà evidente di tutta una popolazione di difendere il proprio territorio dalla devastazione delle grandi e inutili opere come la TAV sia attaccata in maniera repressiva per cercare di fiaccare la resistenza che, comunque, sappiamo non si fermerà”, conclude il dirigente USB”.

Tav, Tir, forconi. Il governo di unità nazionale di fronte al problema dell’uso della forza

Il procuratore capo Giancarlo Caselli ha provato a rappresentare l’operazione di polizia ai danni del movimento no-tav come una sorta di provvedimento neutro che non criminalizza la protesta. Al netto del gergo da magistrato, e della cura che storicamente Caselli adopera nell’uso di un linguaggio orecchiabile verso l’opinione pubblica di centrosinistra, ci sono dei segnali da cogliere in questo genere di operazione di marketing.
Il primo è tutto legato al contesto della lotta per la tav. E’ il consueto (stavolta vano) tentativo di spaccare, dopo una serie di provvedimenti giudiziari, un movimento e di impedire che la solidarietà nei confronti degli arrestati rafforzi la protesta contro un mostro di acciaio e cemento legittimato solo dai fatturati che può generare. E’ una premura, nell’uso del linguaggio da parte di Caselli, che è marketing giudiziario che deve andare, in ultima istanza, tutto a vantaggio delle cooperative del Pd e delle grandi ditte appaltatrici che temono l’impantanarsi del progetto. Quando si dice che la magistratura non è autonoma dalla mistica delle grandi opere e dei loro flussi di finanziamento: Caselli parla in termini diplomatici, non solo per salvaguardare l’autonomia del giuridico nella lotta politica (stavolta il Pdl non protesterà) ma per neutralizzare l’opinione pubblica, riducendo così il rischio di impresa nella tentata attivazione di 22 miliardi. Il secondo segnale, nel linguaggio di Caselli, è tutto rivolto al contesto nazionale dell’ordine pubblico. Che è tutt’altro che pacifico con rischi di pericolosa precipitazione per la tenuta del governo di unità nazionale.
Si tratta di un tipo di governo che in questo paese abbiamo già visto: il governo Andreotti ‘76-79 con il decisivo appoggio esterno del Pci e con Napolitano capo delegazione del partito guidato da Berlinguer per i rapporti con l’esecutivo. A differenza di allora, al netto quindi di Napolitano, il governo di unità nazionale ha però solo l’appoggio della propaganda dei media generalisti e il voto in parlamento. Manca cioè di quell’appoggio infrastrutturale, organizzazione dei partiti come dei sindacati e del mondo delle associazioni, in grado di fare tessuto connettivo con la società governando le frizioni più gravi con quei settori sociali strategicamente condannati dalle politiche di una grande coalizione. In poche parole, non c’è nessuno sul campo, dove si esercitano i conflitti più acuti, a difendere il governo e a prendere le sue parti. Sul campo ci sono solo i giornalisti e le volanti. Di fronte ad un’assenza così grave di consenso diffuso, ed organizzato, nei confronti di un governo che carica a testa bassa settori interi di società non bastano quindi i sondaggi e la spettacolarizzazione degli indici di gradimento del presidente del consiglio.
Manca, come allora, un Luciano Lama che si immola sulla piazza, una Cgil che fa una svolta dell’Eur, abbandonando progressivamente la difesa del salario, per prendersi in carico la difesa del capitalismo in Italia. La Camusso che ruggisce contro gli autotrasportatori a giorni alternati è solo un eco lontanissimo ai caselli autostradali occupati, nelle pagine dei giornali e figuriamoci sui social network. L’ordine pubblico in questi casi, come Caselli sa, non può essere gestito con gli squilli di tromba ordinati dal questore prima delle cariche. Non c’è consenso verso il governo, non c’è strutturazione della società civile che gli sia favorevole, c’è una società frammentata che però può coalizzarsi contro l’esecutivo in caso di repressione spettacolare. Non a caso fino ad adesso sia in Sicilia che verso gli autotrasportatori si è proceduto con una certa cautela. Persino gli incidenti tra polizia e pescatori davanti a Montecitorio, per quanto non siano mancate le manganellate contro persone che erano a mani nude, rientrano dal punto di vista del Viminale entro la logica della gestione cautelare delle proteste.
Perché problema vero è che il combinato dei decreti Monti, e di enormi problemi sociali che si sono sedimentati nel corso degli ultimi anni, non provoca tanto la protesta delle “corporazioni” (fa veramente presto il capitalismo a rappresentare come medievale ogni categoria che gli si oppone con il lessico delle “corporazioni” e dei “privilegi”) ma la reazione di qualsiasi componente organizzata nella società o comunque semplicemente dotata di un‘opinione sul mondo. E si tratta di una reazione frutto di una sovrapposizione, come abbiamo visto in Sicilia, tra aggregati sociali e politici molto diversi. L’utopia delle “riforme” del liberismo, importata in Italia per via europea e con zelo coloniale, vorrebbe una società formata da imprese che “concorrono” e da individui che si adattano positivamente. Giusto Herbert Spencer nell’ottocento poteva pensare esistenza e funzionalità sociale di una simile empatia tra mercato, norma e società. Dietro i decreti Monti, che scompongono reddito e forme di vita, c’è un genere di reazione anche scoordinata, di settori di società anche diversi tra loro, che se permane può portare ad una ingovernabilità di fatto. Senza strutture sociali d’appoggio convinto al governo , come durante l’unità nazionale degli anni settanta, la società può avvitarsi in una dinamica centrifuga ingovernabile nonostante i moniti di Napolitano. E con l’ingovernabilità elevata non si fanno profitti. Come sanno le aziende in crisi a causa del blocco dei trasporti. Quindi, come sanno Caselli e la ministro Cancellieri, è il caso di frasi e comportamenti misurati per non alimentare il mostro. Perché l’eventuale ingovernabilità di un paese, una volta scatenata, non la si neutralizza con i sondaggi e neanche con uno spettacolo a settimana di una catastrofe come quello della Costa Concordia. Nel frattempo però alla ministro degli interni è arrivata una telefonata dall’Ue, riportata dalle agenzie. L’Ue, come si nota, parla direttamente al ministro degli interni e non al presidente del consiglio. Chiede il ripristino immediato dell’ordine in materia di trasporti. Vedremo se prevarrà la prudenza dei Caselli e delle Cancellieri o la necessità di mettersi sull’attenti in nome dell’ “Europa”. In quel caso il neoliberismo italiano non avrebbe altre soluzioni che ripescare le politiche del vecchio liberalismo politico dei governi Rudinì e Pelloux: prima contenere, anche ferocemente, le masse poi si vedrà. Nel caso, appunto, auguri: l’Italia dell’inizio del XXI secolo non è comunque quella della fine del XIX. Ma queste sono cose che il linguaggio ufficiale della politica italiana non conosce. E’ troppo intento a disseminare concetti di “liberale” e “liberalizzazioni” come il classico inquinatore indifferente all’impatto dei propri prodotti. Ma se il tempo volge al brutto stabile, e le condizioni ci sono, anche il mainstream politico e mediale potrebbe accorgersi che non sono più i tempi né del giovane né del vecchio Benedetto Croce. E un risveglio che prevede che il mantra delle “liberalizzazioni” sia ridotto al rango di rito inefficace potrebbe rivelarsi particolarmente traumatico, per chi crede a questo genere di magia nera.

 nique la police per Senza Soste

26 gennaio 2012

Roma: Manganellate contro i movimenti del diritto all'abitare

Nella giornata in cui dobbiamo registrare gli arresti e le denunce agli attivisti No Tav e dopo le cariche ai pescatori ieri in piazza Montecitorio questa mattina al Campidoglio cariche e manganellate contro i movimenti per il diritto all'abitare che chiedono un incontro con il sindaco Alemanno in occasione della discussione del Piano casa in assemblea capitolina.

Arresti e denunce contro il movimento NoTav

Il governo Monti lancia la sfida ai movimenti e alle lotte sociali. Questa mattina all'alba puntualmente è scatta un'operazione di polizia contro il movimento notav. Si parla di venticinque ordinanze di custodia cautelare in carcere, quindici obblighi di dimora, un provvedimento di arresti domiciliari e un divieto di dimora in provincia di Torino e 11 denunce. In Valle gli arresti sono due e riguardano Giorgio del comitato di lotta popolare di Bussoleno e Askatasuna e Guido, consigliere comunale di VillarFocchiado. Arresti anche a Torino tra gli attivisti del centro sociale Askatasuna  Le altre città interessate dalla maxi operazione di repressione sono  Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova Genova, Pistoia, Cremona, Macerata, Biella, Bergamo, Parma, Modena e in Francia.

La retata  di questa mattina porta con sé un chiaro messaggio repressivo: lo Stato individua nei comitati NO TAV il nemico da abbattere e reprimere. Ciò fa il paio con la militarizzazione pervasiva di un territorio - la Val di Susa - strenuamente difeso, con ogni mezzo necessario, da chi ci abita. Una vera e propria occupazione militare, efficacemente condotta da forze dell'ordine in costante assetto antisommossa, che va avanti e andrà avanti a tempo indeterminato. Messaggio chiarissimo: lo Stato tutela tutti coloro che intorno al malaffare della Tav si arricchiscono e traggono vantaggi politici, senza contare le forti infiltrazioni della criminalità organizzata: mafia, 'ndrangheta e camorra.

Un'operazione in perfetto Caselli-style (come affermano sempre fonti giornalistiche “supervisionate dal Procuratore capo Caselli”) interessata a raccontare la provenienza "esterna" della protesta contro l'alta velocità, per dividere, avvertire, spaventare.


Ma il movimento notav non accetta distinguo di sorta. Rassemblamenti sono attualmente in corso a Villarfocchiarda, di fronte a casa di Guido e a Vaie, dov'è in corso un'assemblea popolare e dove si terrà una conferenza stampa del movimento alle 14.30. (diretta Streaming su InfoAut)


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25 gennaio 2012

Omicidio Bianzino: lo Stato si oppone ad una nuova perizia

Se tuo padre muore dopo due giorni passati sotto la tutela dello stato, come minimo vuoi sapere le cause della sua morte, prima ancora che vengano accertati i diversi gradi di responsabilità. Rudra, Elia e Aruna sono i figli di Aldo Bianzino, falegname umbro morto in circostanze ancora da chiarire il 14 ottobre 2007 dopo due giorni di detenzione nel carcere di Perugia.
I figli di Bianzino hanno attraversato in questi anni diverse fasi processuali. Prima l'archiviazione del processo per omicidio volontario, poi l'apertura del processo per omissione di soccorso in cui l'unico imputato è Gianluca Cantoro, guardia penitenziaria in servizio al Carcere di Capanne la notte in cui morì Aldo.

All'udienza del 16 Gennaio, i medici legali, consulenti del Pubblico Ministero si sono confrontati su tesi opposte con il perito di parte civile, il Dott. Vittorio Fineschi. Il punto di partenza è comune: Aldo Bianzino è morto per un'emorragia sub aracnoidea, inoltre è presente una lacerazione epatica. Ma che cosa ha provocato questa emorragia? Potrebbe essere stato un aneurisma, per altro mai riscontrato su Bianzino. I periti si scontrano anche sulle cause delle lesioni al fegato: il consulente del p.m. sostiene possano essere state causate da manovre rianimatorie, al perito di parte civile questa pare essere un’ipotesi del tutto improbabile: le cause scatenanti potrebbero essere altre, non esclusa l’origine traumatica. Nell’ultima udienza del 23 gennaio, i tre figli hanno ascoltato per la prima volta l'imputato, Gianluca Cantoro, sovrintendente della polizia penitenziaria, accusato di omissione di soccorso. La guardia giurata ha negato in qualsiasi modo di aver ricevuto e ignorato una qualsiasi richiesta di aiuto da parte di Aldo Bianzino: “Nessuno chiese l’intervento medico, il campanello della cella non ha mai suonato, l’ho visto sempre dormire nel suo letto “. Quella notte accaddero alcune stranezze che la guardia non ha saputo spiegare: ad esempio il fatto che la finestra della cella di Bianzino fosse spalancata ed era autunno inoltrato quando alle otto di mattina l’uomo fu ritrovato senza vita. Nel capo di imputazione si scrive che Cantoro non fece i passaggi di ispezione delle celle dalle tre e alle sette del mattino, almeno questo è quanto si può dedurre dalle telecamere interne. “Io ho fatto i miei giri, i miei controlli- ha dichiarato l’imputato - le telecamere riprendono solo otto secondi ogni due minuti “.

Al termine dell’udienza i legali di parte civile, Fabio Anselmo, Cinzia Corbelli e Massimo Zaganelli, hanno richiesto una nuova perizia medico legale per chiarire le cause della morte. Alla richiesta si sono opposti il pubblico ministero e l’avvocatura dello stato in base al principio che “è estranea a questo processo”, si è invece astenuto il legale che difende il sovrintendente di polizia. I giudici decideranno alla fine dell’istruttoria, il prossimo 27 febbraio.

I figli di Aldo Bianzino hanno diffuso questo comunicato:

"Dopo che lo stato ci ha restituito nostro padre morto, quando viceversa stava benissimo prima del suo arresto, ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso.
E’ incredibile che, se l'imputato non si è opposto alla richiesta di perizia sulle cause della morte di nostro padre, si siano invece opposti proprio i massimi rappresentanti dello Stato: il pubblico ministero e l'avvocato del ministero di grazia e giustizia.
Ne deduciamo che se l'imputato non teme la perizia, la temono invece loro.
Ci chiediamo in tutto ciò dove sia l'interesse pubblico e della collettività, vista la natura del processo.
Siamo indignati,

i figli di Aldo Bianzino

Elia, Rudra e Aruna Bianzino."

Tutto cominciò in un casolare sulle colline di Perugia. Qui abitava Aldo Bianzino, 44 anni, con la seconda moglie, Roberta Radici e con il figlio Rudra, quattordicenne, quando fu arrestato per la coltivazione di qualche piantina di marijuana. La storia ci parla non solo di un uomo morto in un carcere nel quale era entrato in perfetto stato di salute, ma ci propone anche la vicenda del figlio più giovane, a cui la vita ha strappato l’adolescenza, costringendolo a diventare grande. Ed è la prima e quasi violenta sensazione che si prova quando lo si vede e lo si sente parlare.

Rudra ma quanti anni hai ?”Sono ancora minorenne” ci disse l’anno scorso, quando lo incontrammo per la prima volta a Roma.

Chissà, forse Rudra sarebbe stato così lo stesso, maturo e profondo. Ti ascolta e poi sorprendendoti risponde alla vera domanda che non hai avuto il pudore e il coraggio di fargli:

“La mia casa è sperduta sulle colline, c’è un lungo sterrato” ci telefona poco prima dell’appuntamento, “aspettatemi al distributore che vi vengo a prendere”.
Rudra arriva alla pompa di benzina di Pietralunga dentro al suo ape cross, sorridente e contento di vederci. Entriamo in un bar, la gente ci guarda, tutti hanno ben presente chi è Rudra.
Alla domanda come stai risponde : "Il mio avvocato è stato aggredito, ecco come sto”.
Vorremmo andarci piano con le domande, ascoltarlo e basta, ma abbiamo poco tempo, e lui ha chiaro quello che vogliamo sapere da lui.

Mi sento come in prigione, incastrato in una situazione irrisolvibile. Se muore tuo padre e tu hai 14 anni, probabilmente ti sembra di aver già perso molto. Poi se perdi dopo qualche mese tua nonna novantenne, probabilmente assorbi il colpo. Poi però, quando muore qualche mese dopo anche tua madre, allora sei certo di aver perso tutto, di essere solo, di non aver riferimenti, non c’è nessun che ti dice cosa devi fare o che ti spiega cosa fare. Ho vissuto a lungo come sospeso, in una casa senza regole, senza porte e doveri, nemmeno libero di piangere, perché tanto non arrivava nessuno quando avevo bisogno. Ma questa casa non l’ho mai voluta abbandonare, rappresenta la memoria che non se ne deve andare. Da questa casa è ripartita in qualche modo la mia seconda vita di bambino, come se fossi tornato piccolo con una lunga lista di perché. Perché è morto tuo padre e nessuno ti dice il motivo. Perché se un uomo entra in carcere sano e giovane, ne esce morto dopo due giorni. Perché per sapere cosa è successo devi assumere un avvocato, devi andare in tribunale a vedere gente che litiga e che poco ha a che fare con te e la tua realtà. Perché devi imparare in tribunale, invece che a scuola, termini giuridici, perché devi affidarti ad un avvocato e perché devi anche pagarlo. Già, i soldi: un tempo li chiedevo per il gelato, il cinema, semplicemente quando servivano. Poi, invece avevo proprio bisogno di soldi, quelli veri. Soldi per l’avvocato, per i documenti, per le bollette, ma prima di tutto soldi per mangiare. Se muoiono i tuoi genitori e hai 14 anni, allora lo Stato ti cerca un tutore, altrimenti ti mette in istituto. Per questo motivo mio zio ha lasciato il suo lavoro in Germania ed è venuto a vivere con me, con suo nipote. Ha perso il lavoro là, ma qui non l’ha trovato. Di cosa viviamo? Sto ancora utilizzando i soldi che mi ha dato Beppe Grillo, che qualche hanno fa mi ha aperto un conto, in cui ha depositato una cifra consistente, che ora sta per esaurirsi.
Oggi ho 18 anni, quest’anno finisco le superiori, mi piacerebbe continuare gli studi, ma anche in questo caso mi chiedo se valga la pena di lasciare qui parte della mia vita per continuare a scontrarmi con le istituzioni che non hanno mai risposto alla mia unica domanda: "Come è morto mio padre?". Oltre ad aver perso tutti i miei affetti ho anche perso fiducia non solo nello Stato, ma in qualsiasi autorità, in qualsiasi adulto che ricopra un ruolo istituzionale, gente che dovrebbe proteggerti e invece ti lascia orfano e senza nemmeno spiegarti il perché. Io sono sempre qua, tornate presto e la prossima volta se avete più tempo saliamo insieme fino alla mia casa in collina. Vi mostrerò la strada dove ho visto per l’ultima volta mio padre mentre se ne andava sulla macchina dei carabinieri”.

A presto Rudra.
 
a cura di Filippo Vendemmiati e Claudia Guido per Articolo21




Roma: cariche della polizia davanti Montecitorio contro i pescatori in lotta

I pescatori  arrivati a Roma da tutta Italia di prima mattina, molti di loro con addosso giubbotti arancioni di salvataggio. «La Comunità Europea ci affonda», «Vi state mangiando anche le nostre barche», «Le regole del Nord Europa non valgono per il Mediterraneo», sono stati caricati dalle forze dell’ordine davanti Montecitorio. Negli scontri sarebbero finora almeno 5 le persone rimaste ferite durante le cariche: 2 pescatori sono stati ricoverati all'ospedale San Giovanni e al Santo Spirito.

Violenze nel carcere minorile di Lecce, condannato ispettore della polizia penitenziaria


L'ex capo delle guardie penitenziarie del carcere minorile di Lecce, Gianfranco Verri, è stato condannato a un anno di reclusione nel processo per le presunte violenze avvenute nell'istituto di pena di Monteroni ai danni del personale operante all'interno della struttura. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico della seconda sezione del Tribunale di Lecce Fabrizio Malagnino.
Si tratta di uno stralcio dell'inchiesta (già a dibattimento) che vede imputati, oltre a Verri, il suo vice Giovanni Leuzzi e altri sette agenti: Ettore Delli Noci, Vincenzo Pulimeno, Alfredo De Matteis, Emanuele Croce, Antonio Giovanni Leo, Fernando Musca, Fabrizio De Giorgi. Per tutti le accuse sono di abusi su minori e violenze. Un'inchiesta nata dopo l'esposto inviato nel 2006, alla Procura di Lecce, dall'allora sottosegretario alla Giustizia Alberto Maritati. Un processo su cui grava, però la scure della prescrizione. La prossima udienza, infatti, è stata aggiornata al 19 giugno 2012, una data in cui i reati per i quali si procede saranno ormai prescritti. Secondo l'ipotesi accusatoria all'interno della struttura si sarebbe creata, dal 2003 al 2006, una sorta di associazione finalizzata a sopprimere con la violenza qualsiasi cenno di dissenso, non solo dei reclusi, ma anche del personale. Un vero e proprio inferno in cui a farne le spese sarebbero stati soprattutto i giovani detenuti, vittime di violenze e abusi di ogni genere. Le testimonianze raccolte raccontarono di ragazzini denudati e pestati in cella, fino a "far uscire sangue da entrambe le orecchie" o "spezzare tre denti". O ancora di un ospite della struttura lasciato "per un'intera notte completamente nudo a dormire in cella di isolamento senza materasso". Tra le presunte vittime c'era anche Carlo Saturno, il giovane detenuto di 22 anni originario di Manduria, trovato appeso a un lenzuolo, lo scorso 6 aprile, in una cella di isolamento del carcere di Bari. Una morte sospetta per cui la Procura del capoluogo ha aperto fascicolo.
Da l'inchiesta sul carcere minorile di Lecce è stata poi stralciata la posizione di Verri in relazione ai presunti episodi di violenza commessi ai danni di quattro persone che operavano all'interno della struttura e che si sono costituite parte civile. Si tratta del medico del carcere, Roberto Della Giorgia, l'ex direttore Francesco Pallara, e due educatrici, Carmela Toma e Anna Piro (poi archiviata). L'ispettore Verri è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento, da quantificare in sede civile, delle parti offese. Il pubblico ministero aveva invocato una pena a sei mesi di reclusione.

fonte: Lecceprima

Il Governo Monti e l’industrializzazione delle carceri

"La prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali". Edward Bunker

Qualche mese fa, in un discorso davanti agli indignados americani, Roberto Saviano esordì dicendo che loro si dovevano preoccupare del nostro Paese perché un giorno potrebbe diventare lo specchio della loro società.
Personalmente non ho mai compreso quella frase (o forse sì, avendo compreso la sua visione di società che io non condivido) perché a mio parere è decisamente l'esatto contrario. A breve il Governo Monti metterà al voto il pacchetto "liberalizzazioni", ed io personalmente non mi augureri mai che passasse.
Spero che qualche poltico, intellettuale o economista non di corrente liberista, ci metterà in guardia sul disastro che provocheranno queste liberalizzazioni. Ma c'è una norma alla quale io tengo particolarmente e in questo articolo cercherò di farne capire la gravità di fondo. Una "piccola" normativa che rispecchia una delle peggiori aberrazioni del Sistema Statunitense: la privatizzazione di fatto per la costruzione di un carcere in Italia.
Se si ha la pazienza e voglia di leggere il documento sulle norme generali delle liberalizzazioni , capirete che c'è da preoccuparsi seriamente. Riporto i passaggi fondamentali: "al concessionario [delle carceri] è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell'infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia" e che "il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture [...] con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento"
Bisoga partire dal presupposto che le prigioni sono un cancro nel cuore della nostra democrazia e che queste norme essa cessa di essere tale. Il sistema penitenziario italiano non rispetta la Costituzione, non garantisce il reinserimento dei detenuti nella Società, molto spesso li uccide; e a differenza di quello che si pensa e che si dice (Travaglio e altri legalitari purtroppo continuano a disinformare su Il Fatto Quotidiano), si finisce dentro con molta frequenza e soprattutto ancor prima di essere giudicati.
Ma con questa manovra, il carcere non sarà solo tutto questo ma si appresterà ad essere una vasta ed intricata rete di interessi: un "complesso carcerario-industriale". Ometto il legame tra povertà e carcerazione, ma per avere informazioni in tal senso andate a leggere questo interessante articolo di un blog dove vengono riportate anche le mappe.
Negli USA attualmente una popolazione di fino a 2 milioni di carcerati - principalmente neri e ispanici - sta lavorando per alcune industrie per una miseria. Non devono preoccuparsi di scioperi o pagamenti di assicurazioni, di vacanze o permessi. Tutti i loro operai sono a tempo pieno, e non arrivano mai in ritardo né si assentano per problemi familiari; inoltre, se non gradiscono la paga di 25 centesimi l'ora e rifiutano di lavorare, vengono rinchiusi in celle di isolamento.
Si ha in pratica tutto l'interesse a "produrre" e "inventare" molta "delinquenza". Proviamo ad immaginare che che gli Stati Uniti hanno imprigionato più persone che qualunque altro paese: un milione mezzo più della Cina, la quale ha una popolazione cinque volte più grande degli Stati Uniti.
A breve, se non si reagisce a questo scempio della civiltà, anche l'Italia avrà questi problemi. Aggiungendoli a quelli che già esistono. E non parlo della mafia, quella controlla già da tempo le nostre carceri. Il problema è che nessun Magistrato ha condotto inchieste in tal senso.

Se volete sapere di piu sul sistema carcerario americano c'è un buon libro di Angela Davis, "Aboliamo le prigioni?"

Milano: contestazione alla presentazione di ACAB

Presentazione del film ACAB alla Libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires. Alle 18.30 è puntualmente iniziata la contestazione. Un primo striscione recitava “se il mondo vi odia ci sarà un perchè”, un altro invece molto direttamente spiegava “Acab la vita reale non è un film”.
Dopo la presentazione nelle sale nella giornata di ieri il regista e alcuni attori si sono presentati, entrando da una porticina sul retro (chissà perchè, non ce n’era mica bisogno!) per presentare a Milano il film tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini.
Come preannunciato la contestazione non aveva alcun obbiettivo censorio e s’è quindi posizionata dall’altro lato della strada aprendo gli striscioni, accendendo diverse torce e scandendo svariati slogan.
Ai passanti veniva distribuito un volantino che riprendeva i temi e le motivazioni spiegate nel testo d’indizione e in tanti si sono fermati a fare domande, parlare, chiedere lumi sui motivi di questa protesta, molti simpatizzando alle spiegazioni date e dimostrando una condivisione non scontata.
Lo spiegamento delle forze dell’ordine era notevole, in particolare i carabinieri, non sappiamo se per una malcelata invidia verso i celerini che con questo film la fanno da protagonisti…forse speravano di dimostrarsi più “fighi” in vista di un possibile sequel, certo è che come sempre la loro presenza era assolutamente inutile oltre che spropositata.
Ad un certo punto un gruppo ha deciso di entrare in libreria per portare la propria voce all’interno dello show cinematografico, la sala non era per niente piena e quindi è stato facile intervenire e far sentire un punto di vista radicalmente altro da quello che il film sottintende. Si sono quindi susseguiti gli interventi che hanno ricordato la vicenda di Carlo Giuliani, di Aldo Bianzino, di Federico Aldrovandi ma soprattutto e ancor di più hanno spiegato e raccontato i vissuti personali e collettivi di chi la realtà di cosa siano le diverse polizie nel nostro paese la vive tutti i giorni sulla propria pelle.

 

Modena: 4 arresti e 10 obblighi di firma per i compagni del Guernica

Martedi 24 gennaio con l'ennesima mossa repressiva, la forza pubblica di Modena ha nuovamente colpito il Guernica e il suo progetto sociale.
4 compagni agli arresti domiciliari e 10 compagni con l'obbligo di firma, tra cui due compagni di Rifondazione Comunista.
E' evidente come, nel tentativo di farci passare come criminali, si voglia colpire un progetto sociale riconosciuto oramai da tante realtà politiche e associative della città di Modena, ma anche da artisti e singoli genitori di ragazzi, che stanno vedendo il Guernica come un luogo e un modo di pensare diverso all'interno di questa città e di questa crisi.
Non è un caso che questi arresti arrivino dopo uno sgombero e una serie di multe subite dal movimento studentesco insieme ad altre denunce molto gravi.
Il Guernica con i suoi laboratori, le sue attività culturali, la palestra popolare, e la sua socialità che parte dal basso, ha oramai lasciato il segno, scardinando tutta una serie di dogmi che questa città si porta avanti dal oltre sessant'anni ed evidentemente il fatto che soggetti stiano tornando a pensare con la loro testa, affrontino e si mettano in prima persona a denunciare una serie di problematiche sociali, come possano essere la casa, la chiusura di fabbriche o una politica locale che non è più in grado di dare risposte alla città, da molto fastidio al potere modenese.
Ci vengono contestati, insieme ad altre cose, i fatti del 28 di ottobre: dagli atti che ci hanno consegnato pare di capire che si deve riconoscere libertà di parola a coloro che fanno apologia di fascismo, visto che è scritto chiaramente che si svolgeva una commemorazione della marcia su Roma. In un documento del tribunale, in altri termini, pare che venga stracciata la costituzione di questa repubblica.
La contraddizione è talmente palese che lo stesso sindaco di Modena Pighi, nelle sue dichiarazioni in merito a quel convegno, aveva detto che non di doveva tenere.
Inoltre il potere locale modenese non si fa scrupoli nel rovinare la vita a singoli compagni, che dovrebbero essere considerati innocenti fino ad eventuale condanna e lo si capisce non solo con i domiciliari, che vengono comminati prima del processo per persone che abitano e vivono qui ed in nessun modo intendono fuggire e che qui studiano e lavorano, ma anche con l'imposizione dell'obbligo di firma alle ore 16,00, orario proibitivo per molti compagni che a differenza di quello che certi personaggi pensano, hanno un lavoro o una attività in proprio. In pratica viene negata a priori, prima del processo, la possibilità di questi compagni di recarsi a studiare e a lavorare. La loro vita è già rovinata, prima ancora che siano stati giudicati.

Diventa evidente a tutti dopo quello che è successo: a Modena si colpiscono progetti sociali e antifascisti, mentre si legittimano i responsabili di questa crisi e la libertà di sventolare l'apologia di fascismo.

Le compagne/i del Guernica

24 gennaio 2012

Torino: chieste 29 condanne per gli scontri al G8 universitario

Coprirsi il volto durante una manifestazione, vietato per legge, lederebbe anche il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero di chi partecipa al corteo senza travisarsi. È la tesi sostenuta in aula dal pubblico ministero di Torino, Roberto Sparagna, davanti al giudice Alessandra Pfiffner nel chiedere condanne a un anno di reclusione per 29 delle oltre 30 persone a giudizio (per alcuni è stata chiesta l’assoluzione) per essersi travisati durante la manifestazione del G8 dell’Università che si svolse il 19 maggio 2009 a Torino.
Secondo l’accusa infatti l’articolo 5 delle Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico del 22 maggio 1975 (la famigerata Legge Reale), che vieta il travisamento durante le manifestazioni in luogo pubblico, non sarebbe solo a tutela di eventuali danni contro il patrimonio o la persona, ma sarebbe una norma posta anche a garanzia del diritto di manifestare di tutti quelli che lo fanno a viso scoperto. Il procedimento è parallelo a quello in cui sono imputati una ventina di ragazzi per i disordini con la polizia che avvennero verso la fine della manifestazione.

Teramo: Continua la persecuzione della Procura contro gli antifascisti

Lunedì mattina una quarantina di carabinieri sono stati mobilitati dalla Procura per effettuare 11 perquisizioni nelle case di ragazzi, alcuni membri di Azione Antifascista Teramo, alla disperata ricerca di un pericolosissimo striscione che dicono di aver visto esposto in città per qualche minuto intorno all'inizio di settembre.

Questi sono i fatti, quella che segue è l'analisi.

- Mobilitare 40 militari pagati dai contribuenti (di prima mattina) per cercare uno striscione può essere due cose: o una ridicola spesa di denaro pubblico, o una scusa per controllare e far sentire il fiato sul collo a un movimento che in città è sempre più presente e ha sempre più seguito. Ed evidentemente comincia a dar fastidio a chi ci vorrebbe omologati e accondiscendenti.

- Noi siamo stati i primi a porci domande sul lavoro della Procura di Teramo, adesso ne stanno venendo altri che si chiedono il perché non si indaghi su cose un pelino più importanti, per fare due esempi a caso il partner privato di Te.Am. o gli innumerevoli furti nei quartieri (Piano della Lenta). A quanto pare invece gli inflessibili magistrati aprutini sono concentrati su stalking, procurati allarmi e striscioni. De gustibus non disputandum est.

Su quest'ultimo punto aggiungiamo una nota di colore: la DIGOS di Bologna, durante al visita a uno dei perquisiti teramani studente universitario nel capoluogo felsineo, è scoppiata ridere per la motivazione della perquisizione (sempre lo striscione diabolico), esclamando che a Teramo non sanno proprio a che pensare. In realtà noi sappiamo (ma è un segreto per pochi) che avrebbero di cui pensare, ma preferiscono spendere così i soldi degli italiani, che tanto in questo momento problemi economici non ne hanno.

Questa era l'analisi, quello che segue è il commento di Azione Antifascista Teramo.

- Non troviamo carino, da parte delle Forze dell'Ordine entrare in casa di una ragazza di vent'anni la mattina presto per fare una perquisizione durante la quale sanno già che non troveranno niente, al solo scopo di intimidire e col solo risultato di traumatizzare la ragazza stessa (per cosa poi? Sempre per il mostruoso striscione)

- Sappia la Procura che con questi mezzi non raggiungerà il suo obiettivo, metterci gli uni contro gli altri per zittire la nostra azione politica, oggi più che mai fondamentale nel ricercare un unità popolare che possa porsi come alternativa al sistema plutocratico odierno.

- Sappia la Procura che non cadremo nelle provocazioni delle Forze dell'Ordine, non saremo noi ad accendere la situazione, noi non siamo come voi.

- Siamo ragazzi che hanno cuore la città di Teramo e l’antifascismo, non terroristi.

Massimo Moro, torna il libertà e accusa la polizia

«Sono una vittima, la polizia mi ha provocato, io mi sono solo difeso e quando ho tentato di scappare dall’ufficio perché temevo di essere picchiato, mi hanno fatto cadere con uno sgambetto. Da quel momento non ricordo più nulla». Lo ha detto appena uscito dal coma, venerdì scorso, Massimo Moro, l’idraulico genovese di 38 anni, residente a Begato, tifoso genoano, arrestato giovedì scorso allo stadio San Siro di Milano dalla polizia e finito in coma durante l’arresto. Lo ha ripetuto ieri, dopo che il giudice per le indagini preliminari di Milano non ha convalidato il suo arresto e ne ha disposto l’immediata scarcerazione.
Due medici che lo hanno curato hanno detto di averlo visto già ammanettato, privo di conoscenza, nel vomito e nel sangue. Prove sufficienti, secondo il gip, a definire “per lo meno scarsa” l’attenzione delle forze dell’ordine per “l’incolumità personale dell’arrestato”.
Gli stessi medici hanno escluso segni sul volto che potessero fare pensare a delle percosse. Così, difeso dall’avvocato Riccardo Lamonaca, ieri il tifoso genoano è tornato in libertà anche se è ancora ricoverato al policlinico di Milano. Di più, nei prossimi giorni potrebbe diventare una parte lesa se, al termine delle indagini difensive, il suo avvocato deciderà che ci sono abbastanza elementi per una querela contro la polizia. L’ordinanza con cui Moro è stato scarcerato sembra un buon punto di partenza. In particolare nel passaggio in cui il giudice definisce “non credibile” la versione dei verbali di arresto secondo cui Moro, anche dopo essersi spaccato la testa contro uno stipite di ferro, avrebbe continuato a fare resistenza alla polizia”. Senza contare che «l’assoluta lievità delle lesioni riportate dalle persone offese (i poliziotti), consente di formulare qualche plausibile dubbio in ordine alla violenta caratura della resistenza dell’indagato». Parole pesanti, quelle scritte dai giudici milanesi, che sostanzialmente mettono in dubbio le dichiarazioni della polizia nei verbali e a cascata anche quelle fornite dalla questura di Milano dal giorno successivo all’arresto, quando Moro non si era svegliato dal coma.
Tra le righe l’ordinanza dà credito anche alle dichiarazioni di Moro che, dal momento in cui ha ripreso conoscenza, ha raccontato dell’atteggiamento provocatorio delle forze dell’ordine mentre nel corso dell’interrogatorio ha spiegato di aver reagito proprio per quell’atteggiamento e anche di aver tentato di scappare dall’ufficio ma di essere stato fermato “con uno sgambetto” che lo ha fatto cadere. La sua ricostruzione viene definita “non inverosimile” in quanto trova conforto negli atti e nella «stranezza di alcune delle circostanze emergenti dagli atti stessi».
Intanto le condizioni di Moro migliorano di ora in ora e fra qualche giorno potrebbe essere dimesso dall’ospedale e ritornare a casa anche se l’infezione polmonare deve guarire ancora del tutto. «Siamo sollevati, adesso Massimo è un uomo libero», ha detto ieri sera il cognato Marco Soranno che era andato a vedee Inter-Genoa insieme a lui e ad altri otto amici che avevano prenotato pullman e biglietti con il Genoa club Bonilauri di Sestri.
Ieri i “Figgi do zena” hanno diffuso un comunicato in cui stigmatizzano il fatto che Moro e gli altri siano partiti con un pullman prenotato autonomamente dopo la decisione delle tifoserie organizzate di non fare più trasferte in pullman per protestare contro la tessera del tifoso. «Per questo, e per la sicurezza dei tifosi, - si legge nella nota - boicotteremo tutte le iniziative per le trasferte e chiediamo a chi condivide la nostra linea di fare lo stesso».


15 ottobre: Solidarietà a chi è privato della libertà: presidio a Regina Coeli

A tre mesi di distanza dalla giornata del 15 Ottobre, c’è ancora chi continua a scontare la repressione degli apparati giudiziari dello Stato.
6 ragazzi, di cui 5 minorenni, sono denunciati a piede libero, in 9 si trovano agli arresti domiciliari, due ragazze hanno gli obblighi di firma, mentre Giovanni, condannato a 3 anni e 4 mesi, resta ancora rinchiuso in carcere.
Nonostante l’accanimento giudiziario nei confronti delle persone arrestate e la gogna mediatica montata ad arte su quella giornata, chi crede sia indispensabile ribellarsi allo stato di cose attuali ha espresso tenaciemente la propria solidarietà: le iniziative a supporto delle spese legali e a sostegno di chi è recluso, i presidi e i saluti dinanzi ai carceri di regina coeli e rebibbia, la presenza nelle infami aule dei tribunali durante i processi sono i gesti che disegnano il volto comune di tutti/e coloro che quotidianamente vogliono rompere le mura dell’indifferenza.
Per continuare a tenere viva la solidarietà nei confronti dei denunciati della giornata del 15 ottobre e per non lasciare solo o sola chi continua ad essere rinchiuso dentro una cella maledetta, lanciamo un appuntamento per sabato 28 Gennaio, alle ore 13, durante l’ora d’aria dei detenuti del carcere di Regina Coeli, al faro della Passeggiata del Gianicolo.
Microfono aperto e casse puntate verso Regina Coeli, per farci sentire da Giovanni e da tutti coloro che che sono privati della loro libertà.

Affinchè le persone non finiscano dove comincia il carcere, la solidarietà è un’arma.

Libertà per tutti/e

fonte: baruda