24 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Emergono altri elementi dopo la riesumazione della salma. "Lesioni a mandibola e cranio"

Lesioni al cranio, alla mandibola e alla colonna vertebrale. "Lesioni non registrate nel verbale della prima autopsia", affermano gli avvocati della famiglia di Stefano Cucchi, il giovane che sarebbe stato pestato nei sotterranei del tribunale di Roma ed è morto al reparto penitenziario dell'ospedale Pertini il 22 ottobre scorso. Stavolta, dopo la riesumazione della salma, con la seconda autopsia, le ossa rotte sono state "trovate".
I legali Dario Piccioni e Fabio Anselmo insistono sul fatto che le lesioni al cranio e alla mandibola "non erano state notate" nel precedente esame. Confermate, invece, le fratture alla colonna vertebrale ed alle mani. Sono stati prelevati campioni dal corpo per altre indagini e soprattutto per valutare quei segni che sembrano bruciature di sigaretta. Dunque il corpo di Stefano non verrà riconsegnato alla famiglia prima della prossima settimana.
Gli esami medico-legali supplementari sono stati svolti da un pool di esperti all'istituto di medicina legale de La Sapienza. Come perito della commissione parlamentare d'inchiesta ha partecipato anche il professor Vincenzo Pascali, del policlinico Gemelli.
I nuovi accertamenti, che si dovrebbero concludere entro la fine della settimana, saranno svolti sotto l'occhio vigile dei consulenti dei sei indagati: tre agenti di polizia penitenziaria, accusati di omicidio preterintenzionale, e tre medici del Pertini, indagati per omicidio colposo. Un esame del Dna è stato fatto sulle macchie di sangue trovate sui jeans indossati da Cucchi.
Dopo quello col supertestimone africano, sabato prossimo un nuovo incidente probatorio per trasformare in prova la testimonianza di un detenuto albanese, che dice di aver sentito "un italiano lamentarsi e piangere".


fonte: La Repubblica

Italia, 30 casi di morti sospette in carcere

Dal 2000 ad oggi sono morti in carcere 1.537 carcerati, di questi ben 547 si sarebbero tolti la vita. Secondo gli ultimi dati nel 2009 sono venuti a mancare 154 prigionieri, di cui 63 per suicidio. Questo significa che il tasso di suicidi ogni dieci mila detenuti è di 12,20. A fornire i dati è il dossier “Morire di carcere”, redatto da Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca che dal 1998 cerca di dare voce ai detenuti e ai loro problemi.
Non tutti i suicidi, però, sono stati catalogati come tali. Sempre secondo Ristretti Orizzonti, che ha raccolto le denunce e le testimonianze di molti familiari, dal 2002 fino ad oggi ci sono almeno trenta casi di morti sospette sulle quali sarebbe necessario indagare in maniera più approfondita. Si tratta, ad esempio, di Stefano Guidotti, 32 anni, che si sarebbe ucciso nel carcere di Rebibbia, a Roma, il primo marzo del 2002. Detenuto per associazione mafiosa ed estorsione, Guidotti è stato trovato impiccato alle sbarre del bagno, ma le escoriazioni presenti sul viso, le macchie di sangue rinvenute sul pavimento e il materiale utilizzato per realizzare il cappio hanno insospettito i familiari e i carabinieri che si sono occupati delle indagini. Sempre nel 2002 nel carcere di Bari ad “uccidersi” è Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico. “Come può una persona su una carrozzina - si chiedono i parenti – riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla?”. Domanda alla quale ancora oggi non è stata data alcuna risposta.
Così come alla morte di Marcello Lonzi avvenuta il primo ottobre del 2003 nel penitenziario di Livorno. Il giovane, di soli 29 anni, sarebbe deceduto a causa di un infarto, dopo aver battuto la testa. Ricostruzione che non convince in alcun modo la famiglia di Lonzi che da subito ha parlato di omicidio, visto che il corpo del ragazzo era coperto di lividi. Ma in carcere c'è anche chi si lascia andare, perché incapace di resistere e sopportare la violenza che quotidianamente si respira nei penitenziari. E' il caso dell'albanese Sotaj Satoj, 40 anni, morto nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale di Lecce. Gli agenti hanno piantonato il cadavere per ore, senza nemmeno accorgersi della morte dell'uomo, pensavano si trattasse di un estremo escamotage per fuggire. Satoj era arrivato in Italia su un gommone al bordo del quale era stata trovata della droga. Accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, l'albanese aveva sempre dichiarato la propria innocenza e aveva scelto di mettere in atto lo sciopero della fame come estrema prova di non colpevolezza. Dopo tre mesi di mancata alimentazione, Satoj è morto senza che sul suo caso sia stata fatta chiarezza. E nel 2007 nel carcere di Monza a perdere la vita è stato Gianluca Concetti, 40 anni. In preda ad una crisi psicotica, il detenuto ha allegato la sua cella ed è scivolato sbattendo la testa. Secondo i medici, a causa della sua fragilità psichica, Concetti non poteva neppure essere rinchiuso in una prigione.
E anche sul versante femminile la situazione non sembra migliore. Almeno quattro donne, Maria Laurence Savy, Francesca Caponetto, Emanuela Fozzi e Katiuscia Favero, sono morte per cause da accertare. Ennesime vittime di un'organizzazione che necessita quanto prima di una riforma che ripensi il sistema carcerario nel suo insieme.


Benedetta Guerriero
fonte: Peacereporter

23 novembre 2009

Intimitazioni e aggressioni fasciste a Piacenza e Barcellona Pozzo di Gotto

A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nella notte tra venerdì e sabato scorso, ignoti, hanno cercato di forzare la porta d'ingresso del circolo 'Ottobre Rossò del Prc e, non riuscendoci, hanno poi lanciato uova contro la stessa sede. Il giorno prima alcuni attivisti erano stati oggetto di gesti di intolleranza mentre si trovavano in piazza Alfano.

A Piacenza, un militante di destra Manuel Foletti di 21 anni ha accoltellato due giovani militanti di Rifondazione. . Foletti, arrestato nella notte è accusato di tentato omicidio per l'accoltellamento al collo e di lesioni con sfregio permanente per la coltellata al volto ai danni dell'altro militante di rifondazione. Il Pm Ornella Chicca ha chiesto un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per l'accusato. Su tale richiesta si pronuncerà il Gip. Il fatto era avvenuto intorno alla mezzanotte fra sabato e domenica alla cooperativa dell'Infrangibile, storico ritrovo della sinistra piacentina. Foletti, considerato vicino alla destra radicale, con altri due giovani sarebbe entrato nel locale cantando bandiera rossa e sfoderando una bandiera con la svastica. Da qui il parapiglia proseguito in mezzo alla strada. Due giovani di Rifondazione erano stati accoltellati, appunto uno al volto e l'altro al collo. Un paio d'ore più tardi Foletti era stato arrestato dagli uomini della Digos con l'accusa di lesioni gravi

22 novembre 2009

L'osceno giubilo sul caso Battisti

Non mi unisco al tripudio di giubilo che ha accompagnato sui quotidiani nazionali la notizia della decisione della Corte suprema brasiliana di rimuovere lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti e aprire così la via alla sua estradizione in Italia. Così come non mi ero unito allo sdegno urlato quando nel gennaio scorso quella protezione era stata pronunciata. Al contrario, trovo un po' osceno che si mettano sulle prime pagine dei giornali grida di gioia perché un uomo viene portato in carcere, a vita, dopo trent'anni dai fatti gravissimi per cui è stato condannato e dopo che proprio questo svolgere del tempo ha dimostrato la normalità della sua esistenza, pubblica; evidente rappresentazione di come sia difficile trovare una finalità al volerlo escludere, per sempre, dal consesso sociale.Trovo che sia un segno di arretramento del senso della giustizia. Penso, infatti, che sia estremamente importante che un fatto grave sia sanzionato, nel senso che le responsabilità siano stabilite, che le vittime vedano riconosciuto il torto subito, vedano cioè attorno a sé la consapevolezza della collettività della sofferenza che è stata loro inflitta e la capacità della società stessa di individuarne le responsabilità. Ma, trovo altresì che sia sbagliato accompagnare tutto ciò con un residuo di retributivismo che individua nella sofferenza simmetrica da affliggere al colpevole un risanamento del male subito. So bene che questa posizione non è oggi molto condivisa; eppure non è distante dal pensiero che ha accompagnato il diritto penale e il suo esercizio, nello stato liberale, prima, in quello democratico, poi. E penso vada applicato sempre quando il tempo che separa dagli eventi è molto ampio e si pensa di portare in carcere una persona per educarla verso un reinserimento sociale, quando questa è già da tempo positivamente reinserita. Vedo annidarsi in questi casi il rischio del diritto vendicativo, non ristorativo.Nella vicenda poi delle sentenze emesse in virtù di leggi e prassi d'emergenza queste considerazioni hanno un sapore ancora più delineato per vari motivi: perché gli stessi reati hanno una dimensione fortemente contestualizzata che non ne diminuisce la gravità, ma certamente porta a escludere la volontà soggettiva di reiterarli; perché l'estensione della responsabilità morale per azioni materialmente non commesse è stata pratica diffusa in quei processi e il fatto stesso che nel suo caso si parli oggi con scioltezza di quattro omicidi, di cui «almeno di due direttamente responsabile» (leggo da un quotidiano) conferma questo dato; perché l'automatismo nell'applicazione delle aggravanti praticato in quei processi ha portato a pene sempre allineate sui massimi edittali, senza alcuna considerazione di circostanze soggettive o incidentali. Ha portato a un numero incredibile di ergastoli.E qui si annida l'ulteriore elemento di forte perplessità su questa decisione e di mia totale dissonanza con coloro che plaudono a essa. L'ergastolo è una pena di connotazione giuridica, sociale e personale diversa da quella delle pene detentive, quantunque lunghissime. È un residuo di «pena capitale», nel senso che priva il condannato di una qualunque soggettività e presenza nella società civile; lo sottrae per sempre a essa. Tant'è che l'ergastolo non ha riduzioni possibili, deve essere «commutato» in una pena temporanea, proprio perché ha una connotazione che è altra da essa. Già la sua persistenza nel nostro codice penale - al contrario di quello di altri paesi - dovrebbe trovare maggiore riflessione e, in passato, la sinistra o, meglio, lo schieramento progressista, si era fatto carico di presentare proposte per la sua abolizione. Nel 1992 addirittura il Parlamento approvò una mozione in tal senso. In Brasile tale pena non esiste: è stata abolita.È giusto che un paese che ha ritenuto di abolire una pena perché contraria ai valori di civiltà giuridica e di umanità in cui esso si riconosce autorizzi l'estradizione di una persona per scontare proprio tale pena in un altro paese, l'Italia, dove essa ancora esiste? Quale senso di giustizia può guidare le autorità brasiliane in tale direzione? Mi auguro che una presidenza come quella di Lula non voglia farsi guidare su temi così attinenti all'etica dell'agire politico da ragioni di mera opportunità diplomatica o commerciale.

Mauro Palma



San Martino dall'Argine (MN): Sindaco invita i suoi concittadini a denunciare i clandestini

Arrivi da Marcaria ed ecco i portici gonzagheschi e la chiesa del Castello. A sinistra, le affissioni: i defunti, «firma per il lavoro» del Pdci e il manifesto del Comune di San Martino dall'Argine, nel Mantovano, sui clandestini.
Una frase è maiuscola, in neretto, carattere più grande: «...chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti».

Il testo fa un po' impressione nella patria del pedagogista Ferrante Aporti. Ma leggiamo anche la parte alta del manifesto: riporta il decreto Maroni dove punisce «da 6 mesi a 3 anni» chi per «trarre ingiusto profitto» affitta o rinnova la locazione a persone senza permesso di soggiorno e impone la verifica delle condizioni igieniche degli alloggi in caso di iscrizione o variazione anagrafica.

Ricordare ai cittadini una nuova legge è utile. Ma perchè quella frase che, non fossimo in un paese di nemmeno duemila anime, così tranquillo, farebbe gridare allo scandalo, all'istigazione contro i più deboli, alla caccia all'uomo?

«Clandestini? Non credo, c'è qualche albanese, un po' di indiani» ci rispondono nei negozi. Dal fotografo, alla pasticceria e all'edicola nessuno ha visto o sentito parlare del manifesto. Qualcuno segnala spacciatori di droga («gente di qui, però»), altri periodici furti. Una signora cita un nullafacente straniero con moglie che lavora. Una commerciante ha sentito di stranieri che ospitano un connazionale a 250 euro al mese: «Sono furbi, non creda. Però penso abbia il permesso».

Finalmente, dal giornalaio, un giovane ci risponde che il manifesto lo conosce bene. «Sono un consigliere comunale, Novellini. E' per le case, ci sono stati casi di immigrati ammucchiati che pagavano anche tanto». In tabaccheria qualcuno ha commentato: «Se non c'è lavoro, è meglio che tornino a casa».
In realtà San Martino dall'Argine è uno dei Comuni mantovani con la più bassa percentuale di stranieri. Lo ammette lo stesso vicesindaco Alessio Renoldi. E in paese non ci sono clandestini, lo sostiene l'assessore alle politiche sociali, Cedrik Pasetti: «C'erano problemi coi cinesi, un laboratorio tessile che fu chiuso. Ma adesso hanno riaperto, sono in 4 regolari».
E allora? Il sindaco Alessandro Bozzoli: «Niente di speciale, abbiamo fatto conoscere la legge, si è deciso all'unanimità». Poi ci indirizza al vicesindaco. Renoldi e Pasetti sono della Lega Nord. Forse è stato il partito a suggerire il manifesto?
«Nessun imput, anche se nel direttivo provinciale si parla di queste cose, in generale». Avete letto prima il testo al segretario provinciale Bottari? «No!» risponde Pasetti, fresco responsabile leghista per la zona 'doc' Viadana, Bozzolo, Sabbioneta... E' un avvocato e non vuole passare per testa calda, spiega che la sicurezza sta a cuore, anche quella degli stranieri, spesso vittime di padroni di casa che si fanno dare molto per sistemazioni indecorose.Il manifesto è affisso da lunedì e nessuno si è visto. Ma se qualcuno venisse? «Lo faremmo parlare con la polizia municipale, che sa cosa fare». Cioè? «Noi siamo amministratori, per far rispettare la legge ci sono vigili e carabinieri». Ma se finisse nella rete una badante? «Sono tutte in regola, l'anagrafe è aggiornata. A San Martino c'è la casa di riposo, l'assistente sociale, il centro anziani, i volontari. Troveremo una badante in regola».

Per l'Osservatorio sulle discriminazioni Il manifesto di San Martino dall'Argine è «un precedente pericolosissimo» per Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni, che cita pure Ceresara.«L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino - dice Articolo 3 - ma alle autorità di pubblica sicurezza. La legge 94/2009 (dl Maroni, ndr) non prevede l'obbligo di denuncia di una notizia di reato. Se non si trae un vantaggio iniquo dalla presenza di una persona non in regola con i documenti di soggiorno non c'è alcun obbligo di riferire della stessa. Riteniamo questo (il manifesto, ndr) un invito alla delazione. Il cittadino... deve rispondere solo alla propria coscienza... non gli si può chiedere di segnalare la semplice presenza nel territorio comunale di esseri umani». Articolo 3 raccoglierà anche pareri legali.



Fonte: La Gazzetta di Mantova

21 novembre 2009

Omicidio Cucchi: il supertestimone conferma le accuse

Ha visto trascinare Stefano Cucchi nella cella. Ha visto la parte finale del pestaggio subìto dal giovane nel corridoio delle camere di sicurezza del tribunale di Roma. "E' durato non oltre un minuto, potrei riconoscere una guardia", ha ribadito al giudice il detenuto gambiano, supertestimone delle presunte violenze al giovane deceduto, durante l'incidente probatorio. Y.S., cittadino del Gambia di 31 anni, ha ribadito al gip Luigi Fiasconaro le dichiarazioni fatte ai pm. E' lui il primo testimone trovato dalla procura, che indaga sulla morte di Cucchi. Nel fascicolo sono indagati tre agenti della penitenziaria e tre medici dell'ospedale Sandro Pertini. La versione ribadita dall'immigrato ha solo "parzialmente confermato" il quadro che era stato ricostruito nell'interrogatorio reso ai pm. Il supertestimone ha spiegato di aver sentito il rumore di una persona che cade e di calci dati sulle porte di ferro, poi del vociare, di soggetti che parlano con tono basso. Poi ancora rumore di calci e di pianto in modo quasi sovrapposto. A quel punto, dopo "non oltre un minuto", vede Cucchi trascinato in cella. Lo rivedrà poi, dopo l'udienza di convalida dell'arresto, rannicchiato, vicino alla panca che è all'interno della camera di sicurezza, che si teneva una gamba per il dolore. "Non erano carabinieri - ha spiegato il detenuto gambiano -, avevano la divisa blu". Il difensore di uno degli agenti, l'avvocato Corrado Oliviero, passa al contrattacco: "L'atto compiuto oggi dalla procura si è rivelato un buco nell'acqua. L'attendibilità del teste è tutta da stabilire". Replica il pm Barba: "In buona sostanza il teste ha confermato la prima versione". Il gip Fiasconaro ha fatto registrare l'intera udienza. Si è utilizzato un interprete diverso rispetto a quello di cui avevano usufruito i pubblici ministeri.


fonte: la Repubblica

Continua la persecuzione per gli arrestati dell’ex scuola occupata 8 Marzo di Magliana:spietata la pena inflitta all’unica donna

Continua la persecuzione per gli arrestati dell’ex scuola occupata 8 Marzo di Magliana: spietata la pena inflitta all’unica donna. Francesca è stata arrestata il 14 settembre, insieme ad altri quattro giovani, nel blitz dei carabinieri contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo e, dopo due mesi di misure cautelari nei suoi confronti, temiamo oggi che facciano difficoltà a darle il permesso di andare a lavorare. Lei, incensurata, ha scontato 17 giorni di carcere preventivo durante i quali è stata trasferita due volte, da Rebibbia a Civitavecchia e da Civitavechia a Perugia, senza contare i trasferimenti in tribunale per il riesame, sempre in gabbiotto chiuso posto dentro il cellulare (modello Hannibal del “Silenzio degli Innocenti”). Dal 30 ottobre è agli arresti domiciliari con un unico permesso di andare a trovare il nonno novantenne, nello stesso condominio, col divieto assoluto di incontrare chiunque, anche la badante. Ma di chi stiamo parlando, di una nuova Sig.ra “Gabetti” che a Milano “vendeva” gli alloggi popolari o di quale orrenda megera che potrebbe inquinare le indagini o perpetrare i crimini? E quali sono i crimini? Francesca è laureata in sociologia e lavora con le cooperative per le carceri. Fa parte del Centro Sociale “Macchia Rossa” che nel quartiere si batte da decenni contro gli sfratti ed in sostegno dei senza tetto. Nel giugno 2007, 40 famiglie hanno occupato uno stabile abbandonato da più di 20 anni, l’ex scuola 8 marzo, lo hanno reso abitabile rifacendo gli impianti e mettendo in sicurezza persino il tetto, hanno aperto il giardino e gli spazi al piano terra al quartiere. Quando c’è stato un grave episodio di violenza ad ottobre 2007 e Iwona – una senzatetto ospite nell’ ex scuola occupata - è stata accoltellata dal suo convivente, Francesca ha passato giorni e notti al suo capezzale all’ospedale Forlanini. Sempre disponibile per qualsiasi tipo di necessità, non si sottraeva neanche al lavoro manuale, persino quando si trattava di aggiustare il tetto. Mi sono chiesta più volte perché una brillante giovane donna dedicasse gran parte della sua vita a quella piccola comunità. Poi “l’inchiesta-teorema” dei carabinieri e le denuncie di alcuni stranieri allontanati dall’occupazione perché violenti, raccolte sempre dallo stesso maresciallo e perfettamente sovrapponibili l’una all’altra e contemporaneamente una campagna di stampa diffamatoria dei quotidiani Il Tempo ed il Messaggero (proprietà dei noti costruttori Bonifaci e Caltagirone), fino alla violenta irruzione di decine, se non centinaia di carabinieri per arrestare i cinque e perquisire lo stabile. Gran parte delle accuse sono subito cadute come l’associazione a delinquere, le bottiglie incendiarie (armi da guerra) non sono state trovate, il furto di rame dichiarato inesistente dalle perizie. Dell’impianto accusatorio rimane la presunta estorsione di 15 euro a persona al mese che l’assemblea degli occupanti gestisce per le spese comuni, le cui ricevute sono state presentate al GIP. Rimangono poi accuse di violenze senza un riscontro, un referto medico o del pronto soccorso, se non la denuncia di immigrati irregolari e senza tetto, strumentalizzati e ricattabili. Nonostante il castello accusatorio si vada sgretolando perchè privo di ogni ragionevole fondamento, continua la persecuzione giudiziaria contro di loro cui non è estraneo il sindaco e la sua amministrazione. Tra le accuse dei carabinieri, infatti, anche l’aver contrastato la propaganda elettorale di Alemanno. Il risultato è che tre degli arrestati sono ancora privati della loro libertà. Per fortuna a Gabriele, il compagno di Francesca, ricercatore di fisica, è stato almeno concesso di andare a lavorare, mentre Francesca non ha ancora ricevuto risposta alla sua istanza. Il terzo è Simone, il più giovane del gruppo, anche lui molto penalizzato, ha perso il lavoro e continua ad subire la forma più restrittiva di misura cautelare ai domiciliari, non potendo neanche ricevere visite o telefonate. Insieme a Francesca ci sembrano le vittime designate e chiediamo a tutti e in particolare alle donne di esprimere solidarietà e di far crescere la mobilitazione perché sia loro restituita la libertà.

Pisa: Polizia carica presidio antirazzista

Circa 200 persone in Logge di Banchi hanno gridato contro la presenza di Gasparri, in occasione del convegno "Immigrazione: accoglienza, integrazione, sicurezza". La Pisa antirazzista e la popolazione migrante colpita duramente dai recenti provvedimenti locali e nazionali era ben presente.
Le parole chiave andavano dall'opposizione al Pacchetto Sicurezza ai tagli alla spesa sociale, per una reale politica di accoglienza e integrazione. E' intervenuta l'Associazione Rom e Sinti Insieme, diversi ragazzi senegalesi e molte altre voci.
Verso le 17.30 il presidio si è spostato all'ingresso del Comune sul lungarno, chiedendo di entrare a fare un intervento. La Polizia si è schierata impedendo l'ingresso. Alle 18.30 i manifestanti hanno deciso di spostarsi dal lato opposto del Comune, all'ingresso su Via S.Martino. Lì è avvenuta una carica della Polizia, che ha aggredito i manifestanti alle spalle ed ha causato alcuni feriti.
Alle 19 la macchina grigia e scintillante con dentro comodamente seduto Gasparri è passata in Via S.Martino.
fonte: Associazione Aut Aut

20 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Spunta un altro testimone.

Un altro detenuto ha confermato davanti ai pubblici ministeri le percosse che la mattina del 16 ottobre scorso Stefano Cucchi avrebbe subito nelle celle di sicurezza del Palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Il nuovo teste, di nazionalità italiana, ha riferito di aver sentito il pianto del giovane "pestato a sangue". La sua testimonianza suffraga quella del detenuto gambiano che domani sarà sentito dal gip in sede di incidente probatorio. Le dichiarazioni fatte dal detenuto italiano che si trovava in cella e che ha sentito soltanto i lamenti di Stefano Cucchi hanno indotto i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy a chiedere un altro incidente probatorio. La richiesta per il momento è ancora all'esame del gip. In caso di accoglimento, ci sarà una nuova udienza per dare anche a questa testimonianza il valore di prova. I nuovi particolari sono emersi alla vigilia dell'incidente probatorio che domani si svolgerà in tribunale davanti al giudice delle indagini preliminari Luigi Fiasconaro. Domani il cittadino del Gambia S.Y., in carcere per detenzione di stupefacenti, dovrà confermare di aver visto il 16 ottobre scorso, nelle celle di sicurezza di piazzale Clodio, il pestaggio di Cucchi da parte di tre guardie carcerarie ora indagate per omicidio preterintenzionale. Il supertestimone sarà chiamato a confermare il racconto fatto ai pm, ormai diventato il principale atto di accusa nei confronti dei tre presunti aggressori. Il gambiano dice di aver notato dallo spioncino della sua cella di sicurezza alcuni agenti prendere a calci e pugni Cucchi, dopo averlo scaraventato in terra e trascinato nella cella, e di aver successivamente sentito lamenti e altri rumori del presunto pestaggio. La storia del supertestimone ha suscitato numerose polemiche nei giorni scorsi, soprattutto dopo la decisione di avviare nei suoi confronti il programma di protezione. Troppo a rischio la sua detenzione a Regina Coeli, troppo rischioso un suo trasferimento in un altro carcere. Quindi, è stato deciso di mandarlo ai domiciliari in una comunità per tossicodipendenti vicino Roma.
L'inchiesta giudiziaria sulla morte di Cucchi non è l'unico passaggio di questa storia: c'è in corso un'istruttoria della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficienza del servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino, che nei giorni scorsi hanno effettuato sopralluoghi e sentito medici e infermieri. Nel frattempo i tre medici dell'ospedale romano Pertini indagati per omicidio colposo per aver omesso le dovute cure sanitarie a Cucchi sono stati spostati in un altro reparto.

fonte: La Repubblica

19 novembre 2009

Mario Placanica, il carabiniere che sparò Carlo Giuliani indagato per violenza sessuale su minore e maltrattamenti.

Mario Placanica, il carabinere che il 20 luglio 2001 uccise Carlo Giuliani, ma poi prosciolto, è indagato dalla procura di Catanzaro per violenza sessuale su minore e maltrattamenti. Secondo quanto trapelato, ieri la vittima degli abusi, che all'epoca dei fatti aveva 11 anni, è stata ascoltata dal gip della città calabrese Gabriella Reillo in sede di incidente probatorio, su richiesta del pubblico ministero. L'ascolto della ragazzina, avvenuto in una struttura protetta, si è reso necessario, si legge nell'ordinanza ammissiva di incidente probatorio depositata il 26 ottobre 2009, "per garantire il miglior ricordo dei fatti, verificatisi circa due anni fa, e verso i quali la stessa ha manifestato un atteggiamento di rifiuto e di tendenza alla rimozione, come desumibile dall'atteggiamento di non collaborazione" rilevato da una psicologa, e in generale "dal sentimento di vergogna, con conseguente reticenza".

Roma: Alemanno sgombera l'Horus. Poliziotto con la pistola

Non c’è pace a Roma, ogni giorno un’emergenza. Botta e risposta oggi tra Alemanno e il movimento delle occupazioni. Alle 9 di mattina sgomberato il centro sociale Horus, a piazza Sempione, porta d’ingresso di una grandissima zona che va dal Tufello a Valmelaina a Montesacro a Talenti, da sempre contesa tra il movimento di sinistra e la destra sociale e politica. Rispondono gli attivisti occupando due ore dopo il IV municipio, barricandosi dentro e salendo sui tetti. Tutto si svolge nel reticolo di strade di un municipio che ha tanti abitanti quanti la città di Bologna e non ha un teatro, né un cinema e in cui l’Horus rappresentava un faro di cultura. E’ il quarto sgombero deciso da Alemanno in dieci giorni. Dopo il doppio blitz subito dai Rom al Casilino Centocelle e lo sgombero della Villetta occupata sempre nel IV municipio. Anche molti ufficiali della polizia e dei carabinieri a lavoro sono gli stessi dello sgombero del campo nomadi e simile è lo stile di intervento: con i bulldozer. La proprietà Gemini entrata all’interno della struttura al seguito degli agenti con le ruspe, distruggendo tutto ciò che era all’interno e prefigurando le proprie intenzioni sul posto: un centro commerciale. Fuori intanto arrivano i compagni e le compagne da tutta Roma. Luca dell’Horus spiega: “Ce l’aspettavamo, ma non così immediato, lo sgombero e anche l’orario è stato deciso dopo la protesta di ieri in Campidoglio sul piano casa. E’ un’ennesima vergogna nella città dell’emergenza abitativa. Se la prendono con i più deboli. Risponderemo subito”. Le agenzie battono che all’interno sono stati trovati degli oggetti contundenti, sempre Luca risponde ironico: “Sono le zampe dei tavolini, quando c’è un pub ci sono anche i tavolini, noi facciamo riciclo e raccolta differenziata e quindi quando si rompono le mettiamo da parte. Se la questura le mette insieme alle bottiglie dell’altra volta, che avevano chiamato molotov, rimettono in piedi il pub dell’horus”. Mentre i blindati sorvegliano piazza Sempione a gruppi ci si muove verso la sede del IV municipio e qui si sposta il teatro delle azioni. Momenti drammatici al momento di saltare il muretto ed entrare all’interno. Due poliziotti scendono dalla volante messa a presidio del cancello, uno tira fuori la pistola, gli cade dalle mani, viene accerchiato e insultato per il suo inutile gesto carico di possibili conseguenze drammatiche. Certi passaggi sull’uso delle pistole evidentemente non sono ancora chiari nel corpo di polizia, malgrado Gabriele Sandri e tutti i morti uccisi da colpi partiti in modo accidentale. Il tutto è ripreso da un video che si può vedere su youtube inserendo le parole “Sgombero Horus-poliziotto con la pistola”. Il Municipio è occupato, con il presidente Bonelli all’interno. Arrivano i blindati che stavano davanti all’Horus e gli occupanti parlano al megafono: “Dal municipio non ce ne andiamo perché non ci sono più istituti democratici con cui parlare ma c’è solo polizia”. Dentro una stanza si apre un incontro tra gli occupanti e il presidente del municipio, il rappresentante della giunta provinciale, Peciola e della regione, Anna Pizzo. In ballo c’è l’assegnazione di una parte dell’Ex Gil e lo stanziamento di fondi per l’autorecupero. Il nuovo posto si chiamerà presumibilmente “Horus project”. Dopo un lungo braccio di ferro si ottiene che il tavolo inizialmente convocato per il 15 dicembre è spostato a domani (oggi per chi legge). Ultima assemblea alle 14.30 sul tetto del municipio: “ La minaccia di restare sui tetti a tempo indefinito ha fatto il miracolo. Abbiamo un risultato importante che assolve un pezzo della vertenza”. E’ stata un’altra mattinata dura. Ma tutto si trasforma, dalla distruzione è probabile che nasca il nuovo Horus. Qualcuno è più ombroso mentre scende dalle scale, gli chiedo “Che non ti fidi?”. “Non mi fido di sicuro”.


Fonte: Militant A da il manifesto
-------------
“E così siamo al terzo sgombero, con uso ingente e spropositato di mezzi e uomini delle forze dell’ordine, in meno di una settimana. Sono sgomberi “preventivi” tesi cioè a criminalizzare l’opposizione sociale ad Alemanno e alla sua incapacità di dare soluzione ai problemi di Roma.” E’ quanto afferma, in merito allo sgombero del centro sociale Horus, Alfio Nicotra, responsabile politico della federazione romana del Partito della Rifondazione Comunista. “Il sindaco per questa strada – prosegue Nicotra – aumenta la tensione sociale e si illude di governare Roma con la polizia. E’ una strategia di corto respiro che più prima che poi si trasformerà in un boomerang.” Per l’esponente del Prc “ è giunto il momento per le forze democratiche e sociali che si oppongono al centrodestra, di una mobilitazione più forte e stringente intorno agli spazi democratici. All’irresponsabilità di Alemanno, che non vede la crisi economica che colpisce pesantemente il tessuto produttivo della nostra città, va contrapposta la mobilitazione democratica per salvare Roma da una deriva autoritaria ed antisociale.”

Omicidio Cucchi: Parla il supertestimone «Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri».

«Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri». E' il racconto che agli inquirenti della Procura di Roma, ha fatto il cittadino del Gambia S.Y., nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. L'uomo, che è detenuto in una struttura di assistenza per tossicodipendenti, è il supertestimone dell'accusa, colui cioè che ha dichiarato di aver visto il giovane geometra romano mentre veniva picchiato nei sotterranei del palazzo di giustizia della capitale. L'immigrato, che il 16 ottobre scorso condivise la cella con Cucchi, sarà ascoltato in incidente probatorio sabato prossimo: le sue dichiarazioni diventeranno così una prova del pestaggio che ha ucciso il ragazzo. «Era magro, la faccia carina, il cappuccio in testa», ricorda. E poi più avanti, spiega: «Lui dire me - traduce in modo letterale l'interprete - se ho droga, io dire "no, non ce l'ho", e lui dire "io ce l'ho dentro». Rispetto all'aggressione subita da Cucchi, S.Y., prima spiega: «L'hanno aggredito, gli hanno dato un calcio... carabinieri...». Poi, a domanda precisa del pubblico ministero Maria Francesca Loy, se siano stati i militari dell'Arma, risponde deciso: «No, gli accompagnatori... quindi sarà la penitenziaria». Il gambiano, più avanti nel verbale, che consta di 29 pagine, aggiunge che «dalla piccola finestra ho visto che lo stavano picchiando e lui è caduto per terra. L'hanno messo in cella, è venuto uno di quelli, era gentile, gli ha dato una sigaretta». La descrizione di chi ha picchiato è vaga. Il testimone dice prima che avevano tutti la divisa, anche se azzurra, poi blu infine blu chiaro. «Lo stavano portando dalla cella, circa 20 minuti prima di andare dal giudice, lui era andato in bagno». S.Y. spiega ancora: «Perdeva poco sangue dalla gamba, non ricordo se destra o sinistra, mi diceva sempre che si sentiva male. "Mi hanno menato questi stronzi" diceva». Cucchi, comunque, aveva «dolore fino alla punta del piede». Descrivendo la dinamica dei fatti, l'interprete si tocca la parte bassa della schiena all'altezza dell'osso sacro e lungo tutta la coscia e la gamba. Secondo il gambiano, Cucchi gli avrebbe detto che il pestaggio era avvenuto «quando l'hanno accompagnato, mentre lo accompagnavano le guardie, gli hanno menato...». I calci e i pugni ci sono stati nel corridoio delle celle di sicurezza. Dopo che i carabinieri avevano consegnato Cucchi agli agenti della polizia penitenziaria. I militari dell'Arma non entrano di norma nella sezione, che sta nei sotterranei della cittadella giudiziaria. Per l'accusa di omicidio preterintenzionale sono indagati tre agenti. Di omicidio colposo, invece, tre medici dell'ospedale Sandro Pertini.Nel frattempo, i tre medici dell'ospedale Pertini coinvolti nella vicenda Cucchi saranno trasferiti «provvisoriamente» in altre strutture dell'Asl RmB, secondo quanto disposto ieri dalla direzione aziendale e che avrà effetto immediato. Una scelta presa, secondo quanto si apprende, anche a tutela dei medici. I medici sono il primario Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario, e i medici Stefania Corbi e Rosita Caponetti. I tre avevano ricevuto un avviso di garanzia per omicidio colposo, perché accusati di aver omesso le dovute cure sanitarie a Stefano Cucchi.


fonte: Liberazione