" potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la promavera" Pablo Neruda

03 settembre 2010

Vittime delle forze dell’ordine: le famiglie danno vita a un’associazione


Sarà presentata ufficialmente il 25 settembre a Ferrara, nel quinto anniversario della morte di Federico Aldrovandi. La madre, Patrizia Moretti: «Un modo per unire le nostre voci e avere più forza. Lavoreremo perché non accada più»
 «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.
«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo».

fonte: redattore sociale

30 agosto 2010

APPELLO PER Ali Orgen libero - no all'estradizione. sabato 4 settembre presidio al carcere di Benevento

Non si può capire l’arresto e la richiesta di estradizione di Ali Orgen se non parliamo del Kurdistan, un paese negato che invece ha un suo popolo, suoi confini, una sua lingua, una sua cultura. Un paese di 40 milioni di persone che ha subìto e subisce il genocidio perpetrato da quegli stati che, come la Turchia ne occupano le terre e ne vogliono distruggere la storia. Per il solo fatto di parlare il curdo, si rischia la prigione. Ogni formazione politica curda è bandita.
Ali Orgen ha scelto come tanti altri curdi di manifestare e lottare per la liberazione del proprio popolo, il riconoscimento dei suoi diritti e l’indipendenza dallo Stato turco. Per questo, nel novembre del ’96 è stato arrestato. Dopo tre anni di carcere duro, in cui viene ripetutamente torturato, è condannato a morte, benché non sia mai stato accusato di alcun fatto di sangue. La condanna viene poi tramutata in ergastolo e successivamente in sei anni di reclusione. È un processo farsa. Al momento della condanna, ad Ali manca da scontare un residuo di pena, ma gli viene abbuonato e quindi viene liberato.
Nel 2003 Ali arriva a Taranto, dove, dopo anni di duro lavoro nei campi, in alcuni pub ed in Ilva apre un phone center, il primo in città, che diventa un punto di riferimento per gli immigrati, in quanto, fra l'altro, questi possono telefonare a prezzi contenuti nei propri paesi. Più in generale costruisce eccellenti relazioni sociali e non solo con gli immigrati.
Nel 2005, in sua assenza, il processo viene riaperto, e in base alla riforma del codice penale turco, alla quale le si dà validità retroattiva,viene condannato a scontare quel presunto residuo.
La mattina del 18 agosto Ali viene arrestato. Su di lui pende una richiesta di estradizione totalmente ingiustificata. Ali rischia di finire nelle carceri turche, di essere torturato e ucciso.
Questo è Ali Orgen. Non quello dipinto come un “terrorista” dai mass media imbeccati dalle note dell’Interpol e dell’Ucigos, silenziosi complici, insieme al governo italiano, del sistema repressivo turco.
Nel più totale silenzio Ali Orgen è stato trasferito dal carcere di Taranto a quello di Benevento. Ciò a conferma del tentativo palese di isolarlo dai suoi affetti familiari e da quella vastissima rete di solidarietà che immediatamente si è creata nei suoi confronti.
Negli anni novanta Ali è stato vittima di un processo ingiusto. Oggi è vittima di una ingiusta richiesta di estradizione che si basa sull'assurda applicazione di un nuova legge liberticida.
Per questi motivi il Comitato di solidarietà ad Ali Orgen indice un presidio per sabato 4 settembre 2010 dalle ore 17,30 presso il carcere di Benevento. Contestualmente fa appello a tutte le forze autorganizzate, di base, antagoniste, ai sinceri democratici alla massima partecipazione al presidio per esprimere e far sentire la nostra solidarietà ad Ali Orgen ed evitare che vada verse certe torture e possibile morte!


Comitato di solidarietà ad Ali Orgen- No all'Estradizione





29 agosto 2010

Testimonianze: Storie di un pestaggio in carcere

Storia di un pestaggio da me subito in carcere accaduto il 7 agosto 2009. Rinchiuso in cella, circa quattro agenti carcerieri mi hanno dato schiaffi, pugni, calci. Tutto questo per circa 15 minuti. Poi mi hanno servito dell'altro...

Mi chiamo Pannia Giovanni, ho 41 anni e sono di Vibo Valentia.
Mi trovavo in vacanza a Stromboli e, in seguito all’assunzione a mia insaputa di sostanze cannabinoidi (poi risultate dagli esami delle urine) mi sono trovato in uno stato di incapacità di discernere (per come anche comprovato dalla documentazione medica), sono entrato in una abitazione privata e poi in una chiesa.
Sono stato arrestato dai Carabinieri di Stromboli ( successivamente non convalidato dal G.I.P. presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto) e dopo circa 4 ore trascorse nella cella della caserma mi hanno portato con la motovedetta a Milazzo, quindi in caserma per dei rilievi e poi al carcere di Messina Gazzi in quanto ritenuto responsabile per i reati di furto e danneggiamento.
Basta che digitiate il mio nome su Google per leggere ancora gli articoli stampa dei giornali locali, descrizione dei fatti, giornalisticamente fantasiosa, da me poi smentita.
Appena arrivato in carcere sono stato rinchiuso in cella, dove circa quattro Agenti carcerieri, nonostante le mie condizioni di salute fisica e mentale a dir poco disumana (la stessa dichiarazione del Direttore del carcere di Gazzi, inviata al Gip preposto alla convalida ne fa piena prova) si sono brutalmente avventate contro di me denudandomi con forza strappandomi i vestiti di dosso, picchiandomi con schiaffi e pugni, rompendo la catenina ed il crocefisso che porto al collo, una volta a terra hanno continuato a tirarmi forti calci, il tutto è durato per circa 15 minuti.
Dopo avermi fatto i rilievi, mi hanno portato in un’altra cella lugubre e sudicia e lasciandomi completamente nudo hanno continuato a vessarmi per il solo gusto di provocare lesioni sfidandomi con parole minacciose e mediante l’uso di idranti, tanto che ero costretto ad alzare letto e materasso per ripararmi, letto che poi hanno tolto dalla cella, costringendomi a sdraiarmi per terra.
Per questi fatti ho riportato danni sia fisici, con evidenti ematomi in faccia e sul corpo, che psichici.
Dopo tre giorni, appena uscito dalla Casa Circondariale di Messina per interessamento dei miei familiari e con intervento dei legali Avv. Salvatore Staiano e Avv. Antonio Porcelli, sono stato trasferito in ambulanza e visitato dai medici del pronto soccorso dell’ospedale Piemonte e successivamente ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’ospedale di Vibo Valentia.
Ora non ho più neanche il mio lavoro in quanto il mio datore mi ha destinato ad altra mansione e non sembra intenzionato a riaffidarmi la mia mansione originaria.
Del pestaggio subito in carcere fino ad ora non ho parlato con gli organi di informazione.
Ma trascorso un anno da quei terribili fatti, visto che ho presentato querela a carico del Personale della Polizia Penitenziaria l’8 settembre 2009 ho deciso di rendere Pubblica la vicenda in quanto credo sia ingiusto che tali individui non abbiano ancora ricevuto la loro giusta punizione e potrebbero continuare a perpetrare ad altri quello che hanno fatto a me.

Pannia Giovanni

L'Aquila: festa della perdonaza, tensione tra cittadini e polizia per gli striscioni di protesta

Hanno urlato "Vergogna", "3,32 io non ridevo", "Bravo Letta", complimenti. Hanno dato le spalle al corteo e hanno interrotto gli applausi che fino a un attimo prima avevano salutato il passaggio della teca di Celestino V seguita dai vigili del fuoco. I cittadini aquilani hanno contestato così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, venuto a rappresentare il Governo al corteo della Perdonanza Celestiniana.
Prima del passaggio del corteo c'erano stati spintoni e tensioni tra i cittadini e le forze dell'ordine in piazza Duomo dove il popolo delle carriole svata aspettando il passagio del corteo della Perdonanza.
In piazza i cittadini hanno esposto una serie di striscioni "Cialente vergogna", "Molinari vergogna", "Letta, vedi di andartene" (scritto in dialetto), "Il gran rifiuto della cricca". Le forze dell'ordine hanno cercato di far rimuovere gli striscioni ma la popolazione ha resistito. Per un momento ci sono stati anche spintoni tra la polizia e folla.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta al suo arrivo in piazza non ha voluto commentare gli striscioni ma si è informato con il sindaco su quanti fossero i contestatori. Il sottosegretario abruzzese ha detto che "Il futuro dell'Aquila sarà degno della sua tradizione. Il presidente Berlusconi tornerà presto all'Aquila"
I cittadini hanno poi difeso gli striscioni con un cordone umano che ha fronteggiato la polizia. Il sindaco Cialente, appena arrivato in piazza, ha cercato una mediazione e ha detto "Non sono il questore non ho responsabilità sugli striscioni tolti, cercherò di mediare. Stiamo calmi, non roviniamo la Perdonanza".
La gente al passaggio di Cialente ha urlato: "Portate via la polizia".
In piazza anche il presidente della Regione Gianni Chiodi. I manifestanti hanno consegnato anche a lui una copia dei volantini che vengono distribuiti. Alcune persone stanno raccontando al presidente di essere stati spintonati dalle forze dell'ordine.
Distribuiti anche dei volantini con la scritta Nessuna passerella per chi rideva quella notte.
"Il corteo della Perdonanza", recitano i volantini, "rischia di trasformarsi nell'ennesima passerella mediatica sulla nostra città. si ha infatti notizia della probabile presenza di esponenti del Governo, gli stessi contro cui abbiamo manifestato a Roma accolti dalle manganellate della polizia. Gli stessi che prima ci hanno colpevolmente tranquillizzato, amici e sodali delle cricche che quella notte ridevano sui nostri lutti pensando ai loro soldi. La presenza di esponenti del Governo sarebbe una provocazione per tutta la città che reagirebbe al grido di "Alle tre e 32 io non ridevo". Invitiamo tutti i cittadini che hanno perso molto con il terremoto ma non la dignità e il rispetto per sè stessi a essere presenti al corteo della Bolla per far sentire forte la propria voce di dissenso verso chi la propria dignità l'ha venduta da tempo al miglior offerente".


fonte: il Centro


28 agosto 2010

Genova G8: Arresti illegali al G8, smascherati gli abusi in Piazza Manin

«È falsa la circostanza secondo cui gli arresti dei due spagnoli sarebbero avvenuti in un contesto di scontri tra manifestanti e polizia. Dai filmati si vede benissimo come gli arrestati si siano diretti a mani nude contro i blindati della polizia». Lo sostengono i giudici della Corte d’appello nella motivazione della sentenza di condanna per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti iberici durante le manifestazioni del G8 di Genova 2001. In primo grado i quattro, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, erano stati assolti mentre il 13 luglio scorso, in Appello, sono stati condannati a 4 anni ciascuno, per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Si tratta di Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e di Simone Volpini.
Per le accuse di calunnia e abuso d’ufficio è stata dichiarata la prescrizione. L’inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano varie associazioni religiose e pacifiste. I quattro poliziotti furono inviati in piazza dove era stato segnalato che alcuni black bloc si erano infiltrati. In quel contesto furono arrestati i due spagnoli con l’accusa di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Nella motivazione i giudici, parlando dei testi a difesa, si riferiscono anche alla testimonianza di un funzionario del reparto mobile di Bologna che parlò di scontri in corso in un altro lato della piazza. «Oltre a quello dei due spagnoli - affermano - nessun altro arresto è avvenuto in piazza Manin».
Per lui i giudici d’appello hanno trasmesso gli atti alla Procura con l’ipotesi di falsa testimonianza. «La sentenza di primo grado - dice la Corte - parla di una commistione inscindibile tra i manifestanti pacifici e gli appartenenti al blocco nero e di una azione di disturbo dei pacifisti verso le forze dell’ordine che cercavano di arginare le violenze dei black bloc. Non corrisponde al vero perché dai filmati è possibile vedere come i manifestanti violenti si opponessero solo brevemente alla polizia per poi scappare». «I filmati confermano la versione data dalle vittime: l’arresto non avvenne durante scontri o lancio di lacrimogeni ma molto dopo, quando la situazione dell’ordine pubblico era ormai ristabilita. Inoltre confermano che i due spagnoli non avevano alcun oggetto in mano, non avevano lanciato molotov e non si opponevano alla polizia».

fonte: il secolo XIX

27 agosto 2010

Civitanova Marche: ragazzini prendono a calci un migrante, sotto gli occhi compiaciuti dei genitori


Cresciuti a pane, odio e tanta ignoranza, fanno pensare quei cinque bambini che ieri pomeriggio nella spiaggia di Civitanova Marche hanno preso a calci e riempito d'insulti un immigrato del Bangladesh. E tutto si è consumato davanti agli occhi dei loro genitori che invece di intervenire sorridevano, quasi soddisfatti del gesto compiuto dai loro piccoli, tutti di un'età compresa tra gli 8 e i 10 anni.
Il venditore ambulante carico della sue mercanzie si era seduto per qualche istante in uno sdraio per riposarsi quando improvvisamente i bambini lo hanno raggiunto apostrofandolo: “Quelle cose le hai rubato, vattene via, vai a vendere la tua roba altrove” gli urlavano e poi calci, fortunatamente poco pesanti visto l'acerba età degli aggressori, ma non per questo meno gravi nel loro vergognoso atto di prepotenza che racchiude il comportamento inequivocabile di un razzismo irragionevole e immotivato. L'obiettivo consapevole è sempre lo stesso: il diverso, colui che incute quella paura immotivata dettata dall'ignoranza, e in questo caso, impartita sicuramente dalle parole dei più grandi, responsabili di queste povere infanzie infelici, che in questa età di crescita dovrebbero vivere di curiosità e di scoperta e che oggi invece covano già il germe dell'odio.
Insomma un quadro davvero sconfortante, che mina le fondamenta della convivenza civile, dell'accettazione e della benevolenza sugli altri, in un paese per giunta che predica il cattolicesimo, ma quando lo deve praticare se ne dimentica. Il bengalese non ha reagito, anzi ha accettato passivamente le ignobili offese e non ha neppure sporto denuncia. Nello stabilimento balneare dove è avvenuto il fatto nessuno si sbilancia, qualcuno non vuole nemmeno credere a quanto è successo, quasi fosse una normale marachella. Ma questa volta non sono stati i soliti teppisti fomentati da qualche estremismo ideologico di stampo nazista, ma da bambini ancora troppo piccoli per scatenare il loro odio, cancellando la dignità di un essere umano giunto in Italia per scampare a un mondo di fame e miseria nera, come molti dei suoi connazionali. Ma, ahimè, comprensione e avvicinamento si raggiungono solo sulla via della conoscenza. Un percorso, purtroppo, che non tutti hanno la capacità di praticare.


fonte: Alessandro Ambrosin - dazebao l'informazione online

Imbrattarono scritta fascista due partigiani sono indagati

E adesso si è mossa anche la magistratura. Per poco ma ha preso un provvedimento: sono infatti indagati per imbrattamento i due vecchi partigiani di Grosio, Giuseppe Rinaldi, 87 anni (nella foto), presidente provinciale dell'Anpi, e Giuseppe Cenini, 83 anni, ex sindaco del paese, per quella scritta «Vergogna» sul palazzo che era la sede delle Brigate Nere e dove campeggia ancora una frase fascista, restaurata nel 2005.
Un gesto clamoroso che ha superato i confini provinciali ed ha fatto il giro d'Italia ed è la ragione per cui i due vecchi partigiani dicono di essere assolutamente sereni nonostante il fascicolo aperto col loro nome. «Non vogliamo interferire con la magistratura, che deve fare il suo corso - spiega Rinaldi -. Per questo non commentiamo neanche la secchiata di vernice, con cui qualcuno ha voluto coprire la nostra scritta. Anche se certamente vuol dire che quella parola, “Vergogna”, ha colpito nel segno e che dava fastidio».«Dal 2004 aspettavamo una risposta agli esposti che abbiamo presentato contro il restauro di quella scritta, che per noi è un falso storico - dice Rinaldi -. Siccome non è mai arrivata, abbiamo deciso di agire. Avevamo pensato a diverse ipotesi e una di queste era di aggiungere una scritta. Ci abbiamo riflettuto a lungo, perché volevamo che fosse una parola studiata, non improvvisata. E, alla fine, l'abbiamo trovata: “Vergogna”. Non ce n'è un'altra migliore per esprimere il concetto. E, infatti, ha avuto effetto...

fonte: La Provincia di Sondrio

26 agosto 2010

Tessera del tifoso: Schedatura che criminalizza


E' criminogeno e mistificatorio dipingere la polemica riguardo alla tessera del tifoso come uno scontro tra violenti e nonviolenti". E' quanto sostiene il responsabile nazionale giustizia del Prc/Federazione della Sinistra, Giovanni Russo Spena. "La tessera del tifoso, voluta con forza dal ministro Maroni, è uno strumento emergenziale, che opera una criminalizzazione generalizzata del tifo e la cui efficacia nel contrasto alla violenza è del tutto aleatoria - afferma Russo Spena - Di sicuro con la tessera del tifoso la sicurezza negli stadi viene ulteriormente privatizzata e affidata al controllo delle società, rafforzando il già nefasto e improprio legame tra queste e alcuni ambienti delle tifoserie. Attraverso l'introduzione di benefici commerciali del tutto estranei al tema della sicurezza, le società hanno così un ulteriore strumento di fidelizzazione del tifo e di profitto economico; mentre i cittadini sono soggetti a una criminalizzazione preventiva e una schedatura che viola i più elementari diritti civili". "L'esperienza insegna che la sola via efficace per contrastare la violenza è quella della partecipazione e della democrazia - conclude Russo Spena - Il che significa restituire il calcio alla sua dimensione popolare: non restringendo, ma ampliando le possibilità e le modalità di accesso allo sport e agli stadi per tutte le famiglie, e non solo per ricchi privilegiati e fanatici organizzati. Duole doverlo ripetere ancora, ma il nemico dell'animo sportivo e nonviolento è sempre il profitto".

25 agosto 2010

UDINE:Pestaggio in carcere, secondini manganellano un ragazzo e poi lo imbottiscono di psicofarmaci


Noi detenuti della casa circondariale di Tolmezzo abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo l'ennesimo pestaggio avvenuto nelle carceri italiane.
Dopo i casi di Marcello Lonzi a Livorno, di Stefano Cucchi a Roma e di Stefano Frapporti a Rovereto e di tanti, troppi altri in giro per la penisola, siamo costretti a vedere con i nostri occhi che la situazione carceraria in italia non è cambiata per niente. Mentre da una parte ci si aspetta dai detenuti silenzio e sottomissione per una situazione inumana (quasi 70.000 prigionieri a fronte di nemmeno 45.000 posti, percorsi di reinserimento sociale pressochè inesistenti, scarsissima assistenza sanitaria, fatiscenza delle strutture ecc...) si ha dall'altra il solito trattamento vessatorio da parte del personale penitenziario, non giustificabile con la solita scusa sulla scarsità di uomini e mezzi.
Denunciamo quello che, ancora una volta, è successo venerdì 13 agosto proprio qui a Tolmezzo, dove un ragazzo, M.F., è stato picchiato con tanto di manganelli nella sezione infermeria.
Se come per altre volte i protagonisti dell'aggressione erano, tra gli altri, graduati ormai noti ai detenuti per le loro provocazioni, l'altra costante è stata la completa assenza del comandante delle guardie e della direttrice dell'istituto.
La nostra situazione è fin troppo pesante per accettare la sottomissione fisica dopo quella psicologica. Per noi tacere oggi potrebbe voler dire ricevere bastonate domani se non fare la fine dei vari Stefano o Marcello domani l'altro.
Noi non ci stiamo e con questa nostra ci rivolgiamo a chiunque nel cosidetto mondo libero voglia ascoltare, affinchè la nostra voce non cada morta all'interno di queste mura.

alcuni detenuti del carcere di Tolmezzo

24 agosto 2010

Livorno: Licenziata perchè trans

Una storia che si ripete, una vicenda a cui i media, a dire il vero, hanno dedicato poco spazio. Accusa la ditta per la quale lavorava di averla licenziata perché transessuale. La storia è quella di Simona, Gianluca Pisano sui documenti, 39 anni di Livorno che, impiegata per 12 anni presso la “System”, ha presentato ricorso per “licenziamento illegittimo per discriminazione”. La ditta si difende parlando di “crisi aziendale” ma la lettera di licenziamento è arrivata due mesi dopo l’inizio delle cure ormonali necessarie alla transizione.
La System si difende aggiungendo di non essere mai stata a conoscenza del fatto, ma, come spiega l’avvocato di Pisano Corrada Giammarinaro, “non potevano non sapere”. Ad aprile Simona è stata presidente del Congresso Italiano Transgender, tenutosi proprio a Livorno e la notizia venne pubblicata su molti quotidiani e tv locali.
A giugno Simona ha ricevuto una lettera dalla società che offre assistenza e vendita di software per commercialisti, in cui le veniva comunicato che a causa della crisi del mercato il suo rapporto di lavoro si sarebbe concluso immediatamente. Dato infatti che non le era stato dato nessun preavviso, l’azienda nel licenziare Simona ha garantito le mensilità che le spettavano, ma il luogo di lavoro avrebbe dovuto lasciarlo subito. “Prima di allora – spiega Simona – non c’era stato nessun segnale, lo stesso andamento dell’azienda non faceva trapelare il bisogno di tagli al personale”.
Lei stessa, in contatto diretto con i clienti, era consapevole dell’andamento generale degli affari. “Il mio percorso, iniziato un paio di anni addietro, non è mai stato un argomento di conversazione in azienda – spiega Simona- Per motivi di riservatezza e per mancanza di condizioni adatte, ho preferito tacere la questione e andare al lavoro con abiti maschili”. Ma dopo quattro mesi di cure ormonali, i segni su Pisano erano ben evidenti. Altro legittimo sospetto da parte del legale di Pisano, sta nel fatto che l’unico licenziamento ha riguardato Simona. Il prossimo passaggio sarà quindi l’attivazione del collegio di conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro.
L’obiettivo di Simona e dell’avvocato Giammarinaro è comunque quello di portare la discussione di fronte al giudice del lavoro, nella sede dove potrà essere discusso e analizzato a fondo il fattore discriminazione. “Chiederemo l’indennità massima prevista per il licenziamento illegittimo, nonché un risarcimento per discriminazione” chiude l’avvocato. Sulla vicenda è interventa anche Paola Concia, parlamentare del Pd. “L’italiano medio non avverte la protezione forte delle istituzioni nei confronti delle persone lgbt – ha dichiarato la Concia. Si sente così autorizzato a licenziare, a usare violenza, a denunciare per un bacio. E’ tutto figlio della stessa ragione, l’assenza delle istituzioni”.

fonte: Dazebao l'infomazione online

Detenuto di 34 anni si impicca nel carcere di Parma: è il 599° suicidio nelle carceri italiane in 10 anni.


Matteo Carbognani, 34 anni, si è ucciso ieri sera nel carcere di Parma impiccandosi con le lenzuola.
L’uomo era in carcere dal 2004, quando fu arrestato assieme alla moglie Bidò Mateo Raquel, originaria di Santo Domingo, e ad altre sei persone, nell’ambito di un’operazione contro il traffico di cocaina a Parma.
Carbognani era stato condannato a otto anni per traffico di stupefacenti, quindi gli rimanevano da espiare meno di due anni di reclusione. Ultimamente aveva manifestato segni di disagio psichico: era seguito da uno psichiatra, che lo aveva visitato solo due giorni prima del suicidio.
Nelle carceri di Parma in poco più di un anno si sono uccisi quattro detenuti, un “record” negativo che supera perfino quello del penitenziario di Sulmona (13 suicidi in 10 anni, ma “solo” 2 negli ultimi 15 mesi),
4 detenuti si sono suicidati nelle carceri di Parma in meno di 14 mesi

Carbognani Matteo 34 anni  22-ago-10 ;  Saladino Giuseppe 32 anni 06-nov-09; Gozzi Francesco 52 anni 27-ott-09; Bavero Camillo 49 anni 28-giu-09. 

Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 42 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (36 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 116 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.714, di cui 599 per suicidio).
Inoltre sono avvenuto altri 2 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni (che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere) e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.

fonte: Ristretti Orizzonti

22 agosto 2010

Caschi bianchi pattugliano Milano a caccia di Rom

Pattugliano in bicicletta le strade di Milano. Il loro compito è quello di allontanare i Rom, i senzatetto, i poveri dai luoghi in cui sostano per chiedere l'elemosina o semplicemente per ripararsi dal sole. Sono i "caschi bianchi" e il percorso fisso delle loro ronde prevede il passaggio davanti alle chiese: luoghi sacri dove in tutto il mondo è concesso da secoli agli esseri umani che si trovano in stato di indigenza di procurarsi i mezzi di sussistenza grazie alla carità dei più fortunati. Di fronte alle ragioni della forza e dell'intolleranza, a Milano e in Italia perde valore anche la saggezza riposta nella Costituzione, che all'articolo 3 recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". La Repubblica, al contrario, usa il suo potere e i suoi strumenti autoritari per... rimuovere chi è povero, escluso e disagiato. Ci si chiede chi autorizzi le azioni quotidiane delle "ronde" e quale legge violino le persone indigenti costrette a mendicare dall'inadeguatezza della stessa Repubblica, visto che anche la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 519 del 1995, ha dichiarato illeggittimo il “reato di mendicità non molesto". Abbiamo seguito le operazioni delle ronde, rilevando come i Rom e i senzatetto vengano allontanati dal sagrato delle chiese - che oltretutto sono proprietà del Vaticano - e dalle vie della città nonostante non molestino nessuno.

Alfred Breitman - Gruppo EveryOne